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Area pediatrica

RN4CAST@IT-Ped, infermieri tra carenze e qualità assistenza

di Redazione

La carenza di infermieri, così come quella di medici e personale in genere della sanità, è un'emergenza nota da tempo. Ma che coinvolgimento nell'organizzazione aziendale, appropriatezza nell'uso del personale e delle risorse e buona organizzazione possano comunque supplire alle carenze mantenendo alta la qualità dell'assistenza è fatto meno scontato. A rilevarlo è l'ampio studio presentato oggi al Senato, realizzato da 12 aziende ospedaliere pediatriche aderenti all'Aopi, l'Associazione degli Ospedali pediatrici Italiani che aderisce alla Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche. Un'indagine compiuta dai ricercatori del Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped attraverso una survey che ha coinvolto infermieri e caregiver.

Aopi: in pediatria qualità cure infermieri promossa da 80% professionisti

Infermiera pediatrica

Punto di partenza della survey, i livelli di staffing, ovvero il rapporto tra il numero di pazienti e di infermieri in reparto.

I dati in letteratura dicono che ci si dovrebbe assestare su un valore di 4 pazienti per ciascun infermiere, mentre la media negli ospedali pediatrici è di 1 a 6,6 pazienti.

In pratica ogni infermiere segue almeno due pazienti in più di quello che gli standard di sicurezza consiglierebbero. Ma le cose variano da un'area all'altra di assistenza.

Il rapporto dovrebbe essere di 3 o 4 a uno nelle aree chirurgica e medica, di 1 o persino 0,5 per le cosiddette "aree critiche", come terapie intensive e rianimazioni.

Numeri lontani dalla realtà rilevata dall'indagine, che ha calcolato un rapporto di 5,93 per la chirurgia, 5,7 per quella medica e 3,55 per l'area critica.

Con questi livelli di staffing non è poi facile ottemperare a tutte le attività. Su 13 funzioni assistenziali giudicate necessarie sono state 5 in media quelle che ciascun professionista ha dichiarato di aver dovuto tralasciare per mancanza di tempo nell'ultimo turno.

Allarme Fnopi: Rischi per pochi infermieri in pediatria

Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), commenta lo studio realizzato dal Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped, ribadendo che è la volontà dei professionisti e la capacità manageriale delle aziende che finora ha garantito qualità e sicurezza, ma sottolineando che non per questo devono sfuggire i rischi che si corrono senza un cambio di passo nel sistema.

Gli infermieri in area pediatrica hanno in media circa 2,5 assistiti in più di quelli che sarebbero i numeri ottimali: per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Un dato che si traduce in un aumento del rischio di circa il 17-18%. Per il 10% di attività infermieristiche mancate (quelle proprie dell'assistenza di questi professionisti) il rischio di mortalità cresce questa volta del 16%, sempre a 30 giorni dal ricovero dei piccoli pazienti: la media rilevata dallo studio in Italia è di circa il 5%, che si traduce in un rischio di mortalità dell'8% in più.

Se l'appello lanciato dal presidente Fiaso, Francesco Ripa di Meana, alla presentazione del Report Aopi sull'assistenza nelle strutture pediatriche è per un cambio di passo che preveda nuovi modelli di assistenza, nuove tecnologie e un grande piano di assunzioni, è bene che i decisori politici guardino con attenzione il rovescio della medaglia, quello cioè che accadrebbe senza la buona volontà di chi gestisce e offre assistenza, se non si metteranno davvero in campo questi cambiamenti.

Burnout degli infermieri in pediatria

Dover seguire molti pazienti può anche essere stressante. Nei 12 ospedali pediatrici il 32% degli infermieri è finito nell'area del burnout, la sindrome da esaurimento emozionale che colpisce chi per professione si occupa delle persone.

Ma i valori nelle tre aree di assistenza rilevano un livello di burnout definito "medio" in letteratura. Nonostante ciò si ritiene soddisfatto del proprio lavoro il 73,5% degli infermieri dell'area chirurgica e rispettivamente il 74 e il 77,1% di quelle medica e critica.

Percentuali simili si rilevano anche tra chi non pensa in alcun modo di lasciare entro il prossimo anno il proprio ospedale per trovare altrove condizioni di lavoro migliori.

Anche se le cose cambiano un po’ per i professionisti con più anzianità alle spalle (tra i 21 e i 30 anni di servizio), dove nell'area chirurgica a pensare di lasciare è il 42% contro medie del 31,8 e del 30,4% per l'area medica e quella critica.

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Commenti (1)

Dadá

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1 commenti

Rapporto paziente/infermiere in pediatria

#1

Lavoro in pediatria da 21 anni e il rapporto piccolo utente/infermiere nel mio reparto è di un infermiere per 8 bambini clinici e chirurgici...E nn dico altro che nn sia deducibile da quanto quotidianamente si possa leggere in merito alla scarsità di risorse umane qualità delle condizioni di lavoro e quant'altro...