Assistenza Infermieristica

Non contenere si può, si deve. A Trieste l'hanno fatto

di Sara Di Santo

La contenzione non è atto sanitario, perché non risponde ad alcun bisogno, non aiuta a fare diagnosi, non cura, non è terapeutica, è disabilitante ed è causa di gravi complicanze. Così Livia Bicego, Dirigente infermieristico presso l’ASS5 "Friuli Occidentale" e uno dei motori propulsori del “scontenere si può”.

Trieste città libera dalla contenzione

Vieni e vedi. Questo l’invito di Basaglia che continua a riecheggiare a Trieste, città libera dalla contenzione.

In occasione dell’evento formativo sulla contenzione organizzato a Rimini da Agenfor e rivolto ad infermieri e operatori socio sanitari, si è discusso di un tema molto caldo, che scuote le coscienze e lascia tanti interrogativi.

Di fronte a quello che è un problema a livello mondiale - la contenzione come pratica routinaria soprattutto nei confronti di pazienti anziani - è stato un interrogativo ben preciso a pungolare la coscienza di Livia Bicego, Dirigente infermieristico e Presidente della “Commissione per il monitoraggio e l’eliminazione della contenzione meccanica, farmacologica, ambientale e delle cattive pratiche assistenziali, vecchie e nuove” ASUITs:

Trieste, la città che ha liberato i matti, può essere una città che ingabbia i vecchi?

Quella che dovrebbe essere limitata a casi di eccezionalità, necessità e urgenza è invece una pratica che calpesta il diritto al sintomo e che va a ledere la dignità della persona, un qualcosa di ancor più concreto della libertà.

Dal 2006 abbiamo iniziato a metterci in discussione, perché nelle strutture per anziani del nostro territorio incontravamo situazioni inaccettabili – racconta Bicego – da lì abbiamo cominciato un percorso di denuncia del fenomeno, da un lato e, dall’altro, di profonda rivoluzione culturale interna ed esterna alla professione.

Un’inversione di tendenza che ha potuto godere dell’eco di una rivoluzione iniziata già nell’era Basaglia, ma che ha lottato e continua a lottare contro la manicomialità che ancora sopravvive alla chiusura dei manicomi.

Il problema di fondo – spiega Bicego – è che troppo spesso passa il meccanismo mentale per il quale si crede sia impossibile lavorare in altro modo. In realtà ci sono un’infinità di alibi dietro la contenzione. Io la definisco una genuflessione organizzativa.

Ci raccontiamo che non c’è altro da fare, quando invece la vera essenza della nostra professione è essa stessa l’alternativa alla contenzione

Siamo davvero padroni e responsabili del processo di assistenza? Applicare la contenzione è una forma di cura o, piuttosto, significa esercitare potere di controllo?

E ancora: il diritto alla dignità si perde forse al compimento del sessantacinquesimo anno di età? Quale senso hanno i progressi della scienza che allungano la vita, se gli ultimi 10-15 anni si passano “contenuti” anche fino a 24 ore al giorno, colpevoli di vecchiaia?

Queste le alternative alla contenzione secondo Bicego e il gruppo di lavoro multidisciplinare di Trieste libera da contenzione, che vede la collaborazione tra infermieri, fisioterapisti, geriatri, medici legali, assistenti sociali, magistrati e accademici, i quali della contenzione analizzano la dimensione assistenziale, clinica, giuridica, medico legale, etica, deontologica e comunitaria.

La contenzione ha solo effetti negativi

Il più delle volte la contenzione viene applicata per prevenire le cadute, ma la letteratura evidenzia che chi cade da contenuto, si fa tre volte più male. “La contenzione, dunque, non può essere prevenzione”, ha spiegato Bicego.

La vera sfida è quella di governare la complessità, di non censurare la nostra professione inginocchiandosi al dobbiamo contenere, non c’è altra soluzione, perché la contenzione ha effetti negativi su tutti: anziani, famiglie e operatori stessi, tra i quali si innescano meccanismi di assenteismo o prolungamento di malattie.

Come evitare la contenzione?

Quando si parla di contenzione si pensa subito a bande, cinghie, cinture e farmaci. Ma si dimentica che orari ristretti per le visite dei parenti, le porte chiuse, l’impossibilità di uscire, costituiscono contenzione ambientale, altrettanto disabilitante per la persona.

A Trieste c’erano anziani che non vedevano il mare da 10 o 15 anni, perché nessuno si prendeva la responsabilità di accompagnarli, visto il loro passo incerto. A Trieste. Dove il mare è raggiungibile in massimo 15 minuti da ogni parte della città

La contenzione non risponde ad alcun bisogno, non aiuta a fare diagnosi, non cura, non è terapeutica, è disabilitante ed è causa di gravi complicanze. La contenzione, quindi, non è atto sanitario. Se non è atto sanitario, la contenzione non può essere prescritta, protocollata né oggetto di linee guida. Anche il nuovo codice deontologico degli infermieri sembra andare in questa direzione.

Implementare la formazione dei professionisti e degli operatori sanitari. Rendere “attraversabili” le strutture di residenza per gli anziani, improntarle di domiciliarità, flessibilità ed accoglienza. Fare accordi con il servizio civile per includere i giovani e i volontari. È questo che hanno fatto e stanno facendo a Trieste, a dimostrazione che scontenere si può.

Vieni e vedi, diceva Basaglia.

Commenti (1)

Manlio Converti

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1 commenti

IPOCRISIA

#1

Molto ipocrita. Da me sono gli infermieri a reclamare la contenzione.
Il doppio o triplo lavoro degli infermieri necessita una scarsa partecipazione durante i turni nel servizio pubblico. Diciamolo!

Condizioni neurologiche richiedono la contenzione fisica a letto perché un paziente confuso cade a terra o dal letto e si fa male o si ferisce gravemente da solo/a.
Un/una paziente agitato/a e aggressivo/a può essere contenuto/a per ridurre i danni a personale sanitario ed altri pazienti finchè non funziona la sedazione.
Parlare col paziente è necessario ed ascoltarlo ancora di più ma non è sufficiente in caso di Psicosi e fare una terapia obbligatoria resta un gesto violento.
Possiamo parlare di contenzione farmacologica quando la sedazione è l'unico effetto evidente ma è ideologico dire che sia evitabile a priori.
I pazienti psicotici non trattati hanno 8-15 volte più della popolazione generale agiti violenti, inclusi suicidi e omicidi.
Il trattamento precoce riduce ogni aspetto drammatico.
I reparti per acuti dovrebbero avere spazi ampi anche all'aperto mentre spesso sono peggio delle carceri e non permettono neanche un'ora d'aria.
La riabilitazione è fondamentale ma è successiva alla riduzione della fase acuta ed è ideologico e falso dire diversamente.
Alcune condizioni acute possono essere gestite a domicilio o nei centri aperti ma il passaggio al 118 delle responsabilità di incontro dell'emergenza ha ridotto tutto a farmacoterapia ed esclusione familiare.
Alcune condizioni sono croniche e non sono gestibili in un contesto familiare ed alcuni contesti familiari sono complessi e aggravano la gestione delle persone Sofferenti Psichiche.