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editoriale

Professioni sanitarie verso un futuro sempre più frammentato

di Giordano Cotichelli

L’approvazione in commissione Affari sociali dell’emendamento che inserisce gli oss nei nuovi profili professionali sociosanitari sta facendo tanto discutere negli ultimi giorni, soprattutto perché il Ddl Lorenzin sembra delineare un panorama ancor più frammentato in campo sanitario-assistenziale, cosa che rischia di non giovare né ai professionisti né al cittadino utente.

Nuovi profili professionali tra parcellizzazione e polverizzazione del sistema

Le professioni sanitarie sembrano andare incontro ad una ulteriore frammentazione

È di questi giorni la notizia della nascita del profilo delle professioni socio-sanitarie, grazie ad un emendamento aggiuntivo al decreto Lorenzin e come risultato di un processo di ampio respiro che originerebbe addirittura dalla riforma 502/92.

In questo modo si dovrebbe colmare – dicono - il vuoto di un sistema sempre più proiettato all’integrazione socio-sanitaria, accogliendo figure come l’assistente sociale, l’oss, l’educatore professionale, il sociologo.

Precedentemente, una piattaforma di proposte a cura della Federazione Migep era stata avanzata in tema di rinnovamento della professione degli oss. Quindici pagine sul cui contenuto molto si è detto e sui quali alcuni timori da parte infermieristica sono stati espressi, pensando ai rischi di una concorrenza al ribasso sul piano assistenziale. Il dibattito, nonostante la proposta Migep non abbia trovato applicazione, è tutt’ora in corso, ma qualcosa va aggiunto per avere ulteriori chiavi interpretative della situazione.

Il Ddl Lorenzin, un dividi et impera delle professioni sanitarie

Un atto promulgato per altre cose che, come d’abitudine, trascina con sé un po’ di tutto, dando l’impressione che la materia socio-sanitaria, il sistema di welfare relativo e le professioni di riferimento risultino oggetti di una mera polverizzazione. In un sistema istituzionale che sembra essere in grado di esprimersi solo a colpi di decreti, svuotando la funzione legislativa – tutta politica e rappresentativa – del parlamento.

La logica, che originò a suo tempo il quadro delle 22 professioni sanitarie, continua in maniera imperterrita, dividendo ulteriormente il fronte professionale, parcellizzandolo e rischiando – come viene anche sottolineato nel secondo comma dell’articolo 3 bis relativo dell’emendamento – sovrapposizioni, doppioni, aree grigie di intervento e così via.

Una visione, sembrerebbe, da divide et impera, che tende a costruire un quadro professionale dicotomizzato: professioni caratterizzate e definite sul piano della dirigenza, della dominanza, della gestione del mercato e dei servizi, sia in ambito clinico sia in ambito amministrativo, e professioni divise al loro interno da… un aggettivo: infermieri e infermieri pediatrici, educatori professionali e sanitari e tutta la declaratoria dei vari “tecnici”.

Un panorama settorializzato, segmentato e, se si vuole, potenzialmente conflittuale al suo interno. In tutto ciò le associazioni di settore e professionali forse dovrebbero dotarsi di un tavolo tecnico al fine di capire quale vero modello di welfare si andrà costruendo con una strutturazione professionale che sembra prefigurare il ritorno a compiti e funzioni (e mansionari?) a vari livelli.

Quale prospettiva per il cittadino utente del sistema sanitario?

Manca un terzo elemento di analisi: il soggetto principale di riferimento rappresentato dal paziente, cittadino, utente, individuo.

La persona fragile, insomma, che ha sempre meno voce in capitolo in un sistema sanitario che è sempre più l’ombra dell’universalismo che lo ha generato. La singola persona e la famiglia riusciranno a districarsi nella selva di professionalità che si prefigurerà? Riusciranno a capire a chi rivolgersi? E, soprattutto, da chi verranno presi in carico e in che misura, dato che non sono da escludere esclusivismi professionali e ambiti di intervento con tensioni e potenziali vuoti prestazionali?

E pensare che unicamente per prefigurare nuove pratiche avanzate in infermieristica come il see and treat o l’infermiere di famiglia o l’avveniristico infermiere prescrittore, si sono avute levate di scudi corporativi che, sul versante delle professioni infermieristiche, di fronte ad una destrutturazione e liberalizzazione selvaggia, come quella che sembra preannunciarsi, non si riescono ad intravedere neanche meramente a scopo difensivo.

La questione resta tutta aperta e, chissà, forse sarà anche argomento centrale delle varie candidature alla guida dei Collegi Ipasvi, che fra poche settimane cominceranno a farsi avanti. Chissà.

NurseReporter
Corsi ecm fad, residenziali per sanitari

Commenti (1)

Francescom

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45 commenti

La confusione viene ingenerata dalle professioni sanitarie

#1

La colpa è della confusione di ruolo appartiene alle professioni sanitarie non al governo (che ha altre responsabilità). Prima un paziente si rivolgeva al medico di base o al ps che a loro volta valutavano ricorso a competenze specialistiche o super specialistiche. Da quando gli infermieri hanno iniziato quest assurda battaglia sulle competenze i pazienti non sanno più a bordo dell ambulanza troveranno medico o infermiere, non sanno chi hanno davanti negli ambulatori codici bianchi etc etc. Sente ripetere da diversi anni che gli infermieri non vogliono rubare il lavoro a nessuno, che non vogliono essere piccoli medici. Sembra di assistere a una partita di calcio commentata da uno che vede una partita di tennis. Prendendo in carico i codici bianchi o raccogliendo dati clinici utili a somministrare terapia, l infermiere di fatto toglie lavoro ai medici e si appropria di colpetenze mediche (almeno fino a 5-6 anni fa). Mai vista una professione agire così deliberatamente contro un'altra. E se adesso il ministero pensa di ripagare gli infermieri con la stessa moneta di certo non saranno i medici a impedirlo. Anzi, che ben venga