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Infermieri

Slow Medicine: chi va piano va sano e va lontano

di Angela Cuoco

Letteralmente tradotto in Italiano “Medicina Lenta”, il movimento vede un impegno attivo ad un "nuovo" tipo di Medicina, non pronta e confezionata da fornire al cliente, bensì fatta di cure appropriate e di buona qualità basate su un'adeguata comunicazione e capaci così di ridurre i costi dell'organizzazione sanitaria e degli sprechi.

Logo Slow Medicine

Com'è nata la Slow Medicine?

Se è vero il proverbio “la lentezza è ricchezza” l’hanno ben intuito gli ideatori della Slow Medicine.

Tradotto letteralmente in Italiano “Medicina Lenta”, il movimento vede per chi si associa un impegno attivo ad un “nuovo” tipo di Medicina, non pronta e confezionata da fornire al cliente, bensì fatta di cure appropriate e di buona qualità basate su un'adeguata comunicazione e capaci così di ridurre i costi dell'organizzazione sanitaria e degli sprechi.

L'appropriatezza d'uso delle risorse disponibili, la sostenibilità e l'equità dei sistemi sanitari al fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini nei diversi momenti della loro vita favoriscono la compartecipazione del paziente stesso.

La Slow Medicine si colloca all’interno del più ampio movimento “Slow”, il quale ebbe inizio sul finire degli anni ’80 a seguito delle proteste di Carlo Petrini contro l’apertura di punti “Fast food” in Piazza di Spagna a Roma.

Il movimento Slow propone un cambiamento culturale indirizzato a procedere ad un passo moderato e consapevole della vita, in diretta contrapposizione alla cultura della velocità, propria dell'attuale società moderna.

La filosofia dello Slow non è di fare tutto al ritmo di una lumaca. Si tratta di fare tutto alla giusta velocità. Assaporare le ore ed i minuti piuttosto che solo contarli. Fare tutto nel miglior modo possibile, invece che il più velocemente possibile. Si tratta di qualità sulla quantità in tutto, dal lavoro, al cibo, all'essere genitori (Carl Honorè).

Il logo rappresenta, per la precisione, due chiocciole che dialogano di cura; una cura che, secondo i dettami Slow, deve essere sobria rispettosa e giusta, passando per il dialogo e la comprensione fra i cittadini.

La medicina Slow è un tipo di cura che si focalizza sulla relazione e rispetta i tempi della conoscenza reciproca, quelli della salute e della malattia, dell'accudimento e della cura rimettendo al centro  dell'intervento di cura il rapporto fra professionista sanitario e paziente, rendendoli entrambi attivi e cooperativi.

La chiave della Slow medicine è trovare il giusto equilibrio fra l'uso di tecnologie e di terapie di efficacia dimostrata, il rispetto della persona curata e delle sue preferenze, ponendo l'attenzione alle risorse umane, economiche e ambientali.

In nome dell'accuratezza e della riflessione rinuncia alla frettolosità, sviluppando interventi di prevenzione, informazione, promozione della salute ed educazione a comportamenti equilibrati e sobri come metodo per la valorizzazione del patrimonio salute.

I campi di applicazione sono:

  • tutti gli ambiti della comunicazione e delle buone pratiche comunicative;
  • l'organizzazione dei servizi sanitari;
  • la progettazione degli spazi e degli ambienti della cura (“architettura terapeutica”);
  • la progettazione degli interventi di prevenzione e di educazione alla salute;
  • la ricerca di metodi e pratiche per sviluppare appropriatezza e efficacia delle cure;
  • la ricerca di metodi e pratiche per lo sviluppo delle competenze professionali in sanità (formazione universitaria, aggiornamento, formazione continua).

Protagonisti di tutto questo sono:

  • tutti i professionisti della salute;
  • tutte le associazioni di professionisti, ordini, collegi, società scientifiche;
  • i cittadini in quanto individui e in quanto gruppi e associazioni;
  • le organizzazioni sanitarie;
  • l'università;
  • gli enti pubblici e privati per la formazione.

Gli obiettivi della Slow Medicine

L’obiettivo primo della Slow medicine è quello di realizzare una rete attiva e dinamica che veda come punti delle sue maglie professionisti attivi, che mettono in gioco le loro attività ed esperienze professionali nei diversi ambiti del sistema della cura: dalla qualità all'organizzazione sanitaria alla formazione alla prevenzione, dalla medicina sociale alla comunicazione visiva.

La rete in costante espansione ha l'obiettivo di coinvolgere professionisti sanitari, associazioni di professionisti, cittadini, associazioni di pazienti e di familiari in un laboratorio in progress di progettazione di buone pratiche di aiuto e di cura.

In questo senso si comprende la metafora della rete che si avvale della prospettiva sistemica, del counselling, della medicina narrativa, dei principi del design, dell'educazione degli adulti e degli strumenti per la qualità per attivare momenti di confronto, partecipazione e progettazione collaborativi fra operatori e cittadini interessati alla propria salute.

La Federazione Ipasvi ha aderito all’iniziativa Slow medicine accettando che i professionisti infermieri analizzassero e facessero proprie responsabilità che sono chiamati a individuare, su basi rigorosamente scientifiche.

Trattamenti ed esami diagnostici e tecniche che spesso non sono efficaci e anzi rischiano di provocare danni ai pazienti vanno evitate e i professionisti devono impegnarsi per ridurne l’utilizzo, con il fine di migliorare qualità e sicurezza delle cure e di ridurre gli sprechi.

In una nuova ottica di management e gestione le pratiche “slow” devono entrare a pieno titolo nel modello di Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto per ciò che riguarda l’assistenza alla persona in cui gli infermieri sono in prima linea chiamati ad ascoltare i fondamentali bisogni non solo per quanto riguarda il lato clinico, ma anche dal punto di vista gestionale-organizzativo.

Associazioni come Aiuro, Aniarti e Animo, rispettivamente impegnate nell’ambito dell’urologia, dell’area critica e della medicina ospedaliera, hanno proposto raccomandazioni infermieristiche consigliando pratiche “Slow” rispetto alle pratiche più comunemente e da sempre utilizzate che non apportano benefici significativi ai pazienti ai quali sono generalmente prescritte, ma possono, al contrario, esporli a rischi.

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