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testimonianze

Alle mie amiche infermiere dico grazie

di Sara Di Santo

È strano come spesso e (mal)volentieri si eviti di dire una parola così pulita come “grazie”. Probabilmente è ancora più strano sentirla pronunciare, oggigiorno. Ma ho voglia di fare un regalo e voglio farlo proprio con un "grazie".

La gratitudine è una felicità raddoppiata dalla sorpresa

Trovare amiche come colleghe infermiere è trovare un tesoro

Siamo così indaffarati a far valere le nostre ragioni e a cercare di non farci mettere i piedi in testa da nessuno, che non ci rendiamo nemmeno conto di quando siamo noi infermieri i destinatari di un “grazie”.

Un “grazie” non va mai dato per scontato, perché si porta sempre dietro un carico di energie rinnovabili che possono risultare vitali. Certe volte ti sollevano dal pantano emotivo in cui sei sprofondato senza nemmeno sapere bene il perché.

Quante volte il ringraziamento ricevuto da un paziente ci ha dato una spinta nuova nell’affrontare il turno? Magari è durata solo un turno o solo qualche minuto, ma c’è stata. Puntuale e soddisfacente. Labile, ma vera.

Ecco, i pazienti. Nostra croce e nostra delizia. In fondo, in un modo o nell’altro, li ringraziamo quasi tutti, compresi quelli che ci costringono a morderci la lingua, perché a loro modo ci hanno insegnato comunque qualcosa.

Ma i colleghi? I colleghi li ricevono i nostri grazie?

Sono sempre stata fermamente convinta di una cosa: senza alcune delle mie colleghe non sarei infermiera, oggi.

Ricordo ancora il giorno del test di ingresso per infermieristica: un girone infernale, il mal di stomaco, la testa vuota e una vicina di banco simpatica, ma decisamente troppo chiacchierona per i miei gusti.

Proprio lei che, il primo giorno di lezione, è riuscita ad individuarmi tra la folla e mi è corsa incontro. Mi aveva riconosciuta da lontano, nonostante la sua miopia e il mio capo chino verso il pavimento.

”Oggesù, ancora lei”, ho pensato. Mesi dopo avrei benedetto la cosa, ma ancora non lo sapevo.

L’avrei benedetta, perché non ero affatto convinta di quello che stavo facendo. Ho sempre fatto molta fatica a capire cosa avrei voluto essere “da grande” e, forse, anche lei.

Da quel giorno, in cui mi ha trascinata quasi di peso accanto a lei e ad altre due ragazze che non smetterò di ringraziare, non ci siamo più separate. Studentesse prima, infermiere poi. Tutte quattro insieme, di pari passo. E non senza qualche intoppo.

Pensare alla fatica che facciamo noi in prima persona è facile. La proviamo sulla nostra pelle, la conosciamo a fondo. Ma accorgersi veramente della fatica che fanno gli altri sempre facile non è. Io la loro la vedo, la sento.

Le vedo le mie amiche infermiere, ancora giovani e ancora - fortunatamente - entusiaste. Ma quando ci parliamo vedo anche le loro fatiche; sacrosante, perché il lavoro è lavoro.

Però è un lavoro per il quale una di loro ha subito l’umiliazione del pagamento a voucher, un’altra è in attesa dello scorrimento della graduatoria di un concorso per mettere fine a turni folli che non le danno tregua, un'altra ancora combatte la fatica delle notti insonni con una solarità che ancora mi chiedo come possa stare tutta in una persona sola; tutte e tre, che si trovano a dover assistere un numero esorbitante di pazienti senza l’aiuto di altri colleghi.

Sono situazioni nelle quali oggi versano tantissimi altri infermieri, sono situazioni che non ho bisogno di descrivervi oltre. Ma sono situazioni che mi hanno fatto venire voglia di ringraziarle, le mie amiche infermiere.

Voglio ringraziarle per avermi sempre sollevata e per avermi dato la possibilità di sollevare loro durante le difficoltà; per le loro occhiaie, che cercano di coprire, perché “fa trasandato”. Per le loro cene a base di schifezze, perché tempo e voglia di fare la spesa non ci sono quasi mai.

Per il loro entusiasmo nel raccontarmi della tenerezza che provano con i pazienti anziani e per la cura con cui non mi raccontano dettagli scomodi delle vite di chi assistono.

Per l’ironia con la quale prendono in giro loro stesse, per i momenti di sconforto professionale che si sommano a quelli della vita privata; per la voglia che hanno di cambiare il mondo e per le botte di realismo che “il mondo non lo cambieremo mai”.

Per le ore di sonno perse e per le uscite mancate, per le lunghe a coprire un collega sempre, stramaledettamente in ritardo. Per le gocce di sudore freddo lungo la schiena durante un’ispezione dei Carabinieri in reparto e per le lacrime di quando si immedesimano nelle storie di dolore dei pazienti.

Per l’orgoglio con il quale indossano la divisa e per la durezza con la quale, a volte, quella divisa la maledicono.

Per tutto questo, per far loro un regalo, alle mie amiche infermiere voglio dire grazie

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