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Io infermiera in una comunità psichiatrica

di Paola Botte

Che il lavoro dell'infermiere sia rischioso è una verità riconosciuta ormai da tutti. È pericoloso per la propria incolumità fisica e mentale, vedi i numerosi casi di infortuni oppure quelli di burnout, è rischioso, se non fatto bene o sotto stress, anche per i pazienti che il professionista è chiamato ad assistere. Pochi sanno invece che ci sono realtà dove le responsabilità di un infermiere non si fermano al proprio ruolo, ma vanno bel oltre. È il caso di alcune comunità psichiatriche ad alta protezione e comunità riabilitative ad alta assistenza. Strutture destinate a persone, anche carcerati, con disturbi mentali spesso gravissimi, dove fare l'infermiere vuol dire anche a volte mettersi nei panni di uno psichiatra o di una guardia carceraria.

Io, infermiera in una comunità psichiatrica ad alta protezione

carcere detenuti

Lavorare in una comunità psichiatrica ad alta protezione è piuttosto rischioso

Per un infermiere avere a che fare con utenti psichiatrici o tossicodipendenti vuol dire cambiare approccio - racconta Ramona Nadia Mocanu della Cra Iris Fondazione Asfra di Vedano al Lambro (Mb) -. Bisogna prima entrare in sintonia con l'utente per farsi accettare, riconoscere i suoi sbalzi d'umore, le sue necessità e poi proseguire con i piani assistenziali tra cui la somministrazione delle terapie farmacologiche.

Un momento quest'ultimo che, come confessa Ramona, può diventare estremamente rischioso, perché c'è un avvicinamento diretto tra l'infermiere e il paziente psichiatrico.

Nel caso di carcerati psichiatrici le cose a volte si complicano ulteriormente - continua -. Arrivano da noi per scontare una pena e contemporaneamente per farsi curare, quindi il nostro ruolo è fondamentale sia per assicurare l'assunzione della terapia o la partecipazione alle sedute riabilitative con gli educatori e gli psicologi, sia per evitare che evadano dalla struttura. Non esistono, infatti, guardie all'interno della comunità e noi stessi abbiamo un'autorità limitata. Se qualcuno cerca di fuggire non possiamo trattenerlo con la forza, ma soltanto cercare di persuaderlo ed eventualmente avvisare telefonicamente le autorità competenti. Ricordo un caso di evasione di un paziente schizofrenico, che ha visitato bar, ristoranti e negozi della zona minacciando tutti con un coltello. Soltanto grazie alle segnalazioni dei passanti e all'intervento delle forze dell'ordine siamo riusciti a ritrovarlo.

In queste particolari strutture la parola dell'infermiere diventa spesso una prova a favore o contraria all'imputato. Avvocati e assistenti sociali sono ospiti frequenti e l'infermiere deve sostenere dei colloqui informativi sugli utenti sapendo di essere talvolta determinante per l'ottenimento della loro libertà.

Non è facile convivere con questo peso addosso - dice Ramona un po' rammaricata -. Da infermieri ci ritroviamo ad essere testimoni di atteggiamenti, modi di fare e abitudini dei nostri pazienti. Sappiamo che una parola sbagliata potrebbe cambiare per sempre la loro vita. Ecco perché attenzione e disciplina sono elementi chiave del nostro lavoro.

Ad ogni modo, tutte queste responsabilità non mi demoralizzano – conclude l’infermiera -, anzi mi sento stimolata a fare di più, a lavorare sodo per contribuire alla riabilitazione del paziente. Per il resto, so di lavorare in un contesto pericoloso dove non posso permettermi di sbagliare. Seguire i consigli e le indicazioni delle altre figure professionali è di vitale importanza.

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Commenti (1)

Rampa

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1 commenti

Sconcertante

#1

Tu sei quella che in un corso di formazione su chiusura opg e aperture rems ha chiesto se la chiusura degli opg ha generato l'aumento della delinquenza in Italia....ora mi è tutto più chiaro