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Io, infermiere al penitenziario tra muffa e minacce

di Redazione

Infermieri, minacce e intimidazioni: un trinomio in preoccupante ascesa nel mondo sanitario. Lo sa bene Paolo, infermiere che lavora in un carcere dell'Emilia-Romagna e che ogni giorno deve fare i conti con condizioni lavorative al limite, dal punto di vista della sicurezza e dell’igiene.

Paolo, infermiere in carcere: Viviamo un rischio costante, tutelateci

Sono un infermiere che presta servizio in un penitenziario con circa 620 detenuti, i quali sono suddivisi per sezioni, a seconda del grado di giudizio e sicurezza.

Abbiamo la sezione Casa Circondariale (CC) dove vi sono detenuti in attesa di giudizio o con pene inferiori a 5 anni di reclusione, perlopiù nordafricani, tossici, psicopatici e persone che hanno commesso delitti passionali.

Poi c’è la Casa di Reclusione ad alta sicurezza, dove sono confinati i detenuti con sentenza definitiva, con pene maggiori a 5 anni.

Infine il 41 bis, dove si trovano i detenuti ad alto regime di sicurezza, isolati dal resto dei carcerati e con moltissime restrizioni. Oltre a queste tre sezioni abbiamo due reparti a seconda dello stato clinico e assistenziale: paraplegici e CDT (centro diagnostico terapeutico).

Ogni giorno riceviamo minacce e intimidazioni, la situazione è difficilissima. Chiediamo più sicurezza e più tutele da parte dell’Ausl

Il nostro lavoro è quello tipico dell’infermiere di reparto, quindi prelievi, rilevazione dei parametri, terapia, medicazioni, ripristino dei carrelli e gestione di eventuali urgenze. Il fatto è che ogni giorno, davvero ogni giorno, riceviamo minacce e intimidazioni.

Siamo quotidianamente esposti a rischio di aggressione fisica e verbale: basti pensare che spesso (durante le urgenze è la regola) prestiamo assistenza nelle varie sezioni con i detenuti liberi e molte volte ci troviamo ad affrontare più di 10/15 detenuti intorno a noi.

Per non parlare poi delle condizioni anti-igieniche nelle quali lavoriamo: a farla da padrona è la muffa e noi infermieri, in costante carenza di organico - così come lo sono gli agenti di polizia penitenziaria - esercitiamo la nostra professione di cura mettendo a repentaglio la nostra salute, tutti i giorni un po’ di più.

Ditemi voi se questo non è un paradosso grande almeno tanto quanto le lacune del nostro sistema sanitario nazionale.

Paolo, Infermiere

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