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vaccino anti covid-19

Sospesa infermiera che non può vaccinarsi

di Massimo Canorro

L’Asl ha sospeso dal lavoro, senza stipendio, un’infermiera 54enne che da 34 ricopre il proprio ruolo prima in sala operatoria, poi sul territorio. Ho avuto il Covid riportando conseguenze serie. Il medico del centro vaccinale mi ha detto che non dovevo immunizzarmi ma, appreso che sono un’infermiera, ha riconosciuto che la legge me lo impone, le sue parole. Chiedo solo umanità.

Trattata come un'operatrice sanitaria no vax

Chiede umanità l’infermiera 54enne di Bolzano sospesa dall’Asl, a partire dal 31 luglio, senza stipendio. Trattata come un’operatrice sanitaria no vax anche se non lo sono, vorrei poter parlare con il direttore sanitario, Pierpaolo Bertoli. Il suo sfogo è stato raccolto dalla testata “Alto Adige”, a cui – con amarezza – tiene a precisare: Ho fatto il Covid con conseguenze serie, il medico del Centro mi ha spiegato che non potevo farmi vaccinare. Successivamente ha visto il lavoro che svolgo e mi ha detto che la legge me lo impone. Dunque si sarebbe aspettata più comprensione – da parte dell’Azienda – l’infermiera bolzanina che da 34 anni ricopre il proprio ruolo prima in sala operatoria, quindi sul territorio. La sua città, Bolzano, era stata definita da parte della stampa “una fortezza no vax” e la medesima Monica Oberrauch, presidente dell’Ordine dei medici di Bolzano, aveva dichiarato: C’è un atteggiamento di ansia verso i vaccini e una diffidenza estrema contro questo tipo di progresso.

Ma il caso dell’infermiera sopracitata non rientra, per stessa ammissione della diretta interessata, nella cerchia degli infermieri no vax. E la sua storia va raccontata partendo da una data: 10 novembre 2020. Quel giorno, infatti, la donna era quasi certamente in servizio quando si è ammalata di Covid. «Preciso che sono sempre stata attenta, ma in quel momento la situazione era assai complessa». Sono state settimane e mesi difficili come tutti i sanitari impegnati sul campo, anche io non mi sono risparmiata.

Trascorrono tre settimane e l’infermiera rientra in servizio: il suo tampone è negativo ma gli strascichi del Covid si fanno sentire. Eccome. Ho chiesto di fare qualche giorno in più di malattia, ma la risposta è stata negativa. Mi è stato impossibile anche prendere ferie poiché l’emergenza pandemica richiedeva urgente necessità di personale a disposizione. Dopo circa due mesi c’è la ricaduta: all’infermiera viene diagnosticata una polmonite, con ogni probabilità conseguenza del Covid. Da qui, un altro mese di malattia e poi nuovamente in servizio.

Ma l’infermiera avverte uno strano malessere. «Così mi sono rivolta privatamente ad un cardiologa, che mi ha diagnosticato una pericardite acuta, prescrivendomi la terapia. Nel frattempo l’Asl mi invita a presentarmi per vaccinarmi contro il Covid-19 e io, in risposta, invio tutta la documentazione inerente la diagnosi all’ufficio competente. Ma non ricevo alcuna risposta».

Trascorrono tre settimane e per l’infermiera c’è la visita di controllo dalla cardiologa. A lei chiedo se con questo tipo di patologia in atto, devo vaccinarmi oppure no. La specialista mi risponde che, in base al decreto ministeriale, occorre che mi rivolga al medico di famiglia. Ed è quello che faccio, ma la risposta di quest’ultimo è che non ha la competenza per decidere in merito all’esonero o meno rispetto alla vaccinazione. Mi dice di chiedere al medico del centro vaccinale.

Frastornata, l’infermiera segue anche questa (ennesima) indicazione, si presenta nel box del medico per l’anamnesi e gli mostra la documentazione inerente l’ultima diagnosi. Mi dice che non sono idonea a vaccinarmi. Per essere ancora più sicuro chiede conferma ad un collega più anziano, lì affianco, il quale conferma che non devo immunizzarmi. L’infermiera crede che la questione sia chiusa, ma non è così. Perché nel momento in cui il medico sta preparando la documentazione con l’esonero dal vaccino, si accorge che sono un’operatrice sanitaria. E a quel punto cancella quanto ha appena scritto, ricordandomi che la normativa impone al personale sanitario di vaccinarsi.

Il riferimento è all’obbligo vaccinale imposto dall’art. 4 del decreto-legge n. 44/2021, convertito in legge n. 76/2021, per tutti coloro che svolgono la loro attività in strutture sanitarie pubbliche oppure private, nelle farmacie oppure parafarmacie e negli studi professionali. Pertanto, dovendo scegliere tra il rischio di creare un danno alla mia salute e il lavoro, ho scelto la prima. Con quale esito? La mia sospensione dal servizio senza stipendio, conclude la donna.

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