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Editoriale

Christmas blues e capodanno con i contagi alle stelle

di Monica Vaccaretti

Il Natale può avere un colore diverso dal rosso e dal bianco. Può avere un lato oscuro. Ed essere sottotono. Capita quando è blu. Il Christmas Blues è la malinconia natalizia che porta a sentirsi profondamente tristi e soli, estranei in mezzo alla gente e rabbuiati alla luce delle luminarie. È un sentimento che nasce già ai primi di dicembre e, quando il solstizio d'inverno toglie luce al giorno, la malinconia diventa più forte e culmina a Capodanno. Il blu se ne va, come è venuto, quando le feste finiscono con l'Epifania, come ogni anno.

Vivo i giorni di festa lavorando e scorgo il blu

La Tristezza di Natale ci assale quando non si ha voglia di vivere forzatamente lo spirito natalizio. Talvolta capita che lo stato d'animo non si intoni con l'euforia dei giorni di festa, con la corsa sfrenata ai regali, con i ritrovi conviviali. Con la pandemia. A volte capita che il mondo che sta fuori abbia un umore diverso dal mondo che abbiamo dentro. O come capita oggigiorno che il mondo voglia un Natale normale, come quello del Passato, quando non è purtroppo ancora possibile. Il Natale del Presente è fatto così, bisogna accettarlo. E quello del Futuro, sarà la scienza a raccontarci come sarà, a suo tempo, quando gli studi in corso lo scopriranno. Israele è diventato il laboratorio del mondo e pioniere delle vaccinazioni, come è una pietra angolare per la storia dell'umanità secondo le Sacre Scritture.

Il Natale, che nasce a Betlemme, è tradizione. E nostalgia del Nostro Natale Bambino, è ripetizione di riti familiari e di liturgie centenarie. È il secondo Natale che il Covid-19 ci porta via. Se pensiamo a come eravamo abituati, è davvero strano festeggiare il Natale e il Capodanno tra restrizioni, tamponi, feste di piazza vietate, fuochi proibiti, vaccini e contagi, decreti ed ordinanze. Siccome la pandemia non può essere una storia infinita, anche se lunga prima o poi torneranno i Natali di una volta. Due anni così hanno fatto dimenticare tante cose, che la normalità ormai sembra questa. È normale per tutti sentirsi un po' giù, un po' blu. Del resto come si può avere voglia di festeggiare come se niente fosse?

In Italia ci sono già centomila contagi prima dell'ultimo dell'anno e oltre 200 morti. Un anno fa il V-day poneva fine ad un incubo e portava speranza. Le evidenze scientifiche, gli studi, i dati epidemiologici su ricoveri e decessi hanno ampiamente dimostrato che i vaccini funzionano.

Di fronte a questa realtà è rattristante sentire ancora discutere sulla validità dei vari tamponi, sull'efficacia dei vaccini, sulle quarantene alleggerite, sulle mascherine. Sul super green pass e dell'obbligo vaccinale. Sul confinamento selettivo per i non vaccinati e il libera tutti per i vaccinati. Sui tracciamenti saltati, sullo screening di massa che non ha senso per andare alle cene. È rattristante questo continuo cercare di trovare un equilibrio tra la salute pubblica e la ripresa economica mettendo in atto misure blande, senza rigore, che è evidente che non bastano. Omicron ha sconvolto questo tentativo di convivenza con il virus. Secondo il Direttore Generale dell'Oms, lo tsunami dei casi prodotto dalla combinazione della variante Omicron con la variante Delta rischia di portare i sistemi sanitari sull'orlo del collasso. Questa situazione esercita, e continuerà a farlo, una pressione enorme sul personale sanitario già esausto. L'Oms ritiene inoltre che non si può combattere la pandemia a colpi di booster ad ogni variante, così non finisce ma la si allunga. Il problema bisogna risolverlo globalmente vaccinando tutto il mondo con le prime due dosi secondo un principio di equità. È rattristante che vengano poste misure sanitarie basate su scelte politiche fatte su pressioni economiche. È irragionevole perché la circolazione del virus così continua. La gente muore. I sanitari scoppiano. Gli ospedali si occupano solo di pazienti Covid. E la gente non ci capisce niente. Si stufa di sentirne parlare. La perdiamo. Non ci credono più. La tenuta sociale ed economica è importante ma la priorità deve restare la salute delle persone. Anche quella dei sanitari. Se crolliamo noi, è finita per tutti. Non siamo eroi, siamo umani.

Pertanto è necessario ritrovare nella piccolezza delle cose semplici e quotidiane la serenità e l'equilibrio che ci serve ogni giorno per resistere ancora, che non si sa neanche per quanto. Siamo di fronte ad una pandemia dinamica, niente è mai come prima e lo scenario muta continuamente. Gli epidemiologici si dicono preoccupati perché non si è mai visto un virus come questo, che muta in tre varianti pericolose nel giro di un anno. Le strategie politiche di ogni Paese si adattano con il cambiare del virus. Con Omicron mi sembra che non sappiano più bene che fare. Dovrebbero chiudere, come alcuni hanno già fatto, perché abbiamo imparato che quando i contagi sono incontrollabili l'unica strategia efficacie è il lockdown. Invece molti governi attendono e tengono aperti, applicando misure di cautela. E si auspicano che la situazione migliori. E continuano a comunicare male con la gente. Perché non riescono a parlare chiaro e con voce univoca?

Blue in inglese non è soltanto un colore, significa anche triste. Ma il blu è il colore che esprime la pace e la tranquillità, la calma interiore e l'equilibrio. Tra i colori primari è il colore più freddo ed è molto intenso, tuttavia nel significato psicologico dei colori è associato alla spiritualità e alla sensibilità. Il blu favorisce la meditazione e il fluire dell'energia. È il colore delle relazioni umane e della fedeltà. È il colore dell'acqua e rappresenta il senso d'infinito che cielo e mare blu ispirano. Ha 11 sfumature ed è un colore che sa anche turbare quando si vira verso la tristezza e la nostalgia che questa tinta sa richiamare. È un colore che riesce a normalizzare la frequenza del battito cardiaco e la pressione, allontana l'ansia e lo stress, dona una sensazione rilassante. Nella percezione visiva è il colore più importante perché imprime nello sguardo un senso di sicurezza e solidità.

La vita per me è sempre bellissima, basta avere occhi per vederla e viverla anche in pandemia, seppur con limitazioni e regole

E così mentre vivo i giorni di festa lavorando, scorgo il blu in tanti pensieri ed immagini, dentro e intorno a me. Ho toni di tristezza mescolati a toni di serenità. Il mio Natale è blu. Mi sento blu perché capisco che la gente è come assuefatta ed indifferente. Come se guardasse da due anni lo stesso film dell'orrore, ormai il Covid non fa più paura ed è quasi noioso, secondo la riflessione di un sociologo. Mi sento blu perché in tutta questa follia che stiamo vivendo ho quella serenità che nasce dalla conoscenza del problema perché ci vivo dentro e dalla consapevolezza del rischio. So semplicemente che devo resistere e trovare strategie per stare bene e continuare a fare stare bene gli altri. Sono ad alto rischio di contagio ma non voglio contagiarmi. Se mi contagio, visto che a questo virus è difficile sfuggire, capiterà per l'esercizio della mia professione e non perché avrò ceduto alla tentazione di andare a mangiare una pizza con qualcuno. Molti sostengono che questa vita ai tempi del Covid non sia vita. La vita per me è sempre bellissima, basta avere occhi per vederla e viverla anche in pandemia, seppur con limitazioni e regole.

E allora mi sento blu quando le quattordici campane in bi molle, la scala del campanile della Chiesa di san Marco accanto all'ospedale civile, intonano le melodie natalizie con il carillon a corda. Sopra il campanile Daniele, il figlio sedicenne di un'infermiera che lavora all'Hub Vaccinale, si sente tornare bambino la mattina di Natale, sopra i tetti di coppi di Vicenza. È felice quando batte con le mani una tastiera in legno, collegata a dei cordini d'acciaio che come carrucole vanno a far suonare il battaglio delle varie campane. Mi piace pensare che il carillon di Daniele, suonato in tante altre parti del mondo dai Paesi Bassi all'America, suoni anche per i malati e i sanitari dentro all'ospedale che lottano contro il Covid. Sotto le coperte, ascolto Daniele che fa fare un Jingle alle campane, fa scendere Dio dalle stelle e fa cantare Adestes Fideles ed Ave Maria. Riesce a dipingere l'aria di blu con la musica così che il mondo in pandemia per il secondo Natale mi appare meno triste. Sorrido felice nel calduccio del letto.

È blu dipinto di blu il reparto di Elisa, l'infermiera che ha lavorato con me al Centro Tamponi sino a qualche mese fa. La Terapia Intensiva Pediatrica ha le pareti blu dipinte di affreschi. Gli studenti del liceo artistico cittadino vi hanno raffigurato papà e mamme che abbracciano i figli. Hanno volti sereni, sorridenti. Rassicurati. Sui disegni appesi alle pareti i bambini si raccontano, tra scarabocchi e dettagli più accurati, e ci raccontano. Ci rivediamo in quei disegni – mi svela Elisa – è il ritorno di quello che noi infermieri e medici abbiamo lasciato su quelle piccole vite. Avranno sempre un ricordo di questo posto e di come vi hanno vissuto, se non di noi. Elisa mi racconta che se anche il reparto è tutto colorato non è facile vedere un bambino che sta male, soprattutto se ha l'età di tuo figlio. Non è facile per i genitori che vanno avanti e indietro, dentro e fuori, per esserci accanto ai loro figli. E pensi che certe sofferenze e malattie non dovrebbero esistere, tanto meno su un bambino che chiede solo di essere felice e di giocare come gli altri. Con la divisa blu che indossano le infermiere di area critica, Elisa si prende cura dei bambini che non respirano da soli, a volte a causa del Covid, spesso per il virus sinciziale che sta dilagando. O semplicemente perché certe creature, che se ne stanno dentro il palmo di una mano di un'infermiera, hanno i polmoni ancora immaturi. Sono delicati, fragili. Penso che bisogna sapere donare tutte le sfumature del blu a questi bambini e credo non sia facile, quando sei mamma oltre che infermiera ed hai un bambino tuo che ti aspetta a casa. E tu non ci sei, perché ti stai occupando dei bambini delle altre mamme. Ci vuole tanto blu nel cuore, come d'inchiostro, per assistere i bambini che stanno male. Il cuore è blu, non rosso, nelle persone che vivono in certi reparti, accessibili solo a chi ti mette al mondo e a chi ti cura.

Sono blu gli infermieri dei Centri Tamponi, assediati da file interminabili. Mi sento blu dal freddo quando penso agli infermieri che tamponano fuori nei drive in, con qualsiasi tempo. Le scene di code di auto sono assurde. Gli infermieri non nascono tamponatori, lo sono dal febbraio 2019. Si sono adattati a lavorare in queste condizioni. C'è davvero qualcos'altro che ancora non abbiamo fatto, facendoci in quattro e andando sempre di corsa, per aiutare la gente? L'aumento esponenziale dei contagi ha reso questo lavoro disumano. Il Governatore del Veneto ha dichiarato che gli operatori sanitari ormai sono in lacrime. Io penso che il sistema regge ancora per lo spirito di abnegazione e di sacrificio. Forse è il caso di dire che sono i sanitari la gente che non molla mai. Fanno prima a finire le scorte di tamponi e i reagenti, come si denuncia, prima che si fermino gli infermieri addetti al tamponificio. Intanto il 30 dicembre riapre a Vicenza la Fiera dei tamponi, perché serve una seconda sede per far fronte ai contagi.

Manca il personale, così tolgono un infermiere da ogni unità operativa. Tanto l'ospedale ha ridotto quasi tutto, compresi gli interventi chirurgici. Così mi vengono in mente gli infermieri che non si sono vaccinati e hanno preferito restarsene sul divano. A guardare la pandemia da casa, in televisione. Ma tanto per loro il Covid non esiste e i vaccini non servono a niente, non sanno cosa c'è dentro.

Sono blu gli infermieri degli Hub Vaccinali, uomini e donne che stanno prendendo parte alla più grande campagna vaccinale che sia mai stata fatta. Gli infermieri non nascono vaccinatori, è da sempre competenza degli assistenti sanitari. Ora vaccinano tutto il giorno, anche nei giorni di festa, anche di sera. Restano oltre l'orario di servizio, sono disponibili a spostarsi a proprie spese nei vari Hub vaccinali della provincia, si fanno bastare un panino e un caffè offerto dall'azienda. Mi chiedo sconcertata “ come avremmo fatto ad affrontare la campagna vaccinale se non fossero tornati in servizio gli infermieri e i medici che erano andati in pensione?”. Li ammiro lavorando al loro fianco. Sono persone che sono stati il volto del San Bortolo per quarantanni. Sono i professionisti che mi hanno formato. Mi chiamano per nome. Si ricordano di me. Marilena, la tutor universitaria. Luigi, il coordinatore del Gruppo Operatorio, che mi ha seguito nel mio tirocinio del terzo anno con Elena, la nurse. Flavio, coordinatore della Rianimazione, dell'Ematologia e dapprima infermiere del Suem 118 che mi ha addestrato sulle ambulanze e in Pronto Soccorso. E tanti altri, tra ostetriche chirurghi pediatri e assistenti sanitarie, come Rita che mi vaccinava a scuola quando ero bambina. Mi sento parte di un gruppo straordinario che ancora c'è. Per me. Per gli altri colleghi. Per l'azienda. Per la città. Per la nostra gente. Sono nonni ma non si finisce mai di essere infermieri. Come si fa a non dire si quando ti richiamano in servizio nel corso della pandemia del secolo?

È blu il vento che soffia sulle girandole nel cimitero dei bambini che ogni giorno attraverso, come scorciatoia, per andare al lavoro. Anche a Natale. E così vedo che è blu il cappotto di lana della donna spettinata che cerca tra le tombe chi non c'è più, sembra non ricordare dove lo hanno messo, il cumulo di terra è ancora fresco e senza lapidi di marmo. Che sia uno degli ultimi morti di Covid, per Covid o senza Covid poco importa. È sempre blu il ricordo di chi abbiamo perduto. Come è capitato all'infermiera che ha perso suo padre la Vigilia, l'ho saputo quando le ho mandato il mio augurio di un sereno Santo Natale. È blu il volto coperto da mascherine chirurgiche della gente che incontro lungo le gallerie di mattoni bugnati, non immaginavo che in tanti andassero a fare visita ai loro cari al Camposanto durante le feste. È blu il bisogno di stare ancora con chi si è amato. È blu il gesto di carità di una giovinetta che dona un sacchetto di qualcosa di buono e salato al ragazzo africano sul cancello del Cimitero che, con gentilezza, le ha appena augurato Buon Natale. Di qualcosa bisogna morire, dicono coloro che non credono all'esistenza del virus o pensano sia solo un raffreddore. Io preferisco morire d'altro. Respirando e senza la testa dentro caschi di ossigeno, come un pesciolino dentro un acquario di aria, e senza tubi in gola. Il Covid è una malattia infettiva, trasmissibile, contagiosissima come il morbillo, ma prevenibile. Perché quindi rischiare quando posso evitarla? Preferisco fare un'altra fine.

È blu il sorriso della nonnina del pensionato che se ne sta sulla sua carrozzina, l'hanno messa accanto all'albero spento. Quando le tende blu sono tirate, si vedono gli ospiti nella sala da pranzo affacciata sulla strada trafficata. La signora sorride alle auto ferme al semaforo, forse aspetta qualcuno finché è ancora viva. Almeno a Natale, con il Green Pass. Si trova in una delle RSA dove sono capitati spesso dei cluster, tra degenti ed operatori sanitari, nelle varie ondate. Stare rinchiusi lì dentro non è mai una cosa bella per malattia o perché soltanto si è troppo vecchi e di peso, ma esserci rinchiusi con un virus letale dentro fa paura. Speriamo non tornino i plexigrass e le vetrate per i colloqui, i veli di nylon per gli abbracci protetti come nella pubblicità progresso del Ministero della Salute.

Sotto la croce di Esculapio della farmacia sotto casa ci saranno ancora domani lunghe file di tamponati. E il mio medico di base scenderà dall'ambulatorio per tamponare in modalità drive in, vestito con la tuta anti Covid e la visiera. Avrebbe già dovuto essere in pensione, invece ha deciso di restare quando è scoppiata la pandemia. È il miglior medico del mondo, c'è sempre per i suoi pazienti. Tampona, vaccina, visita. Va a domicilio. Mi dice che dobbiamo resistere. E che un tampone che fa lui è un tampone in meno che faccio io. Grazie, Doc!

Mi sento blu, triste, se penso alla situazione epidemiologica e alle persone che non riescono a rispettare le regole, che non capiscono, che non si vaccinano. Che sono stanche, arrabbiate, che hanno paura. Le capisco. Ma mi sento blu, serena, se penso che faccio parte di una azienda che da due anni sta facendo tutto il possibile e anche l'impossibile. L'ospedale è fatto di persone. Che fanno la qualità del servizio sanitario e fanno la differenza. Da due anni vado a lavorare ogni giorno felice perché abbiamo una missione. E anche se so che il 2022 sarà peggiore del 2021, so che la vita è meravigliosa. Basta vedere blu. E circondarsi di persone blu, nel senso del colore.

Io sto bene con il mio blue blue blue Christmas.

Buon anno.

Infermiere

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