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Editoriale

Tristezza, come affrontare il Blue Monday

di Roberta Guerra

La tristezza ci porta a riflettere e a confrontarci con situazioni dolorose dalle quali, però, possiamo imparare qualcosa attraverso una riflessione costruttiva. La società moderna promuove la visione della felicità ad ogni costo e dell’evitamento pervasivo della tristezza. Fin da bambini siamo sollecitati a non essere tristi ed anche da adulti siamo esortati a “non pensarci” o a “tirarci su”. Eppure anche la tristezza fa parte delle nostre emozioni di base e come le altre è stata ereditata allo scopo di garantire la sopravvivenza della specie.

Tristezza, per favore vai via

Dalla tristezza c'è sempre qualcosa da imparare

La tendenza sociale a volersi sbarazzare della tristezza, o addirittura a non volerla mai provare, porta ad un’assenza di confidenza con questo tipo di emozione. Se non possiamo evitare di provarla, la sua negazione non farà altro che promuovere inconsapevolmente delle strategie di gestione disfunzionali: più cerchiamo di evitare una determinata emozione e più la rinforziamo.

Il problema quindi non è nell’emozione, ma nella sua gestione.

L’educazione emotiva parte fin da bambini. Se prendiamo il virus influenzale e ci viene la febbre, con buona probabilità qualcuno ci spiegherà cosa ci sta accadendo e che cosa possiamo fare per stare meglio: prendere del paracetamolo, riposare, bere molto e mangiare leggero. Capiremo così che la febbre è una normale risposta dell’organismo, che è uno stato transitorio e che possiamo fare qualcosa per stare meglio o quantomeno per non peggiorare la situazione.

Se invece falliamo nel raggiungere uno scopo da noi desiderato o perdiamo l’affetto di una persona a noi cara, è molto più difficile ricevere lo stesso tipo di trattamento riservato alla febbre! Se nessuno ci spiega cosa ci sta accadendo, con buona probabilità non capiremo cosa proviamo, ma penseremo solo che quella “roba” non la vogliamo più sentire.

Alcuni esempi dell’estremo tentativo di voler evitare la tristezza possono tradursi in comportamenti di “fame compulsiva” o nel trascorrere ore assuefatti davanti alla TV o al computer. Tutti questi comportamenti sono finalizzati a riempire un vuoto emotivo che non riconosciamo e che non sappiamo gestire. Il tentativo di anestetizzarsi dalla tristezza passa anche attraverso comportamenti più estremi e deleteri per la salute come l’uso e/o l’abuso di alcol o droghe.

Uno dei motivi che porta a questo tipo di diniego è la diffusa confusione tra tristezza e depressione. Seppur vero che la tristezza è l’emozione prevalente della depressione, le due condizioni non vanno confuse. La tristezza è una normale, fisiologica e transitoria reazione ad una condizione di perdita, sconfitta o fallimento.

La tristezza ci porta a riflettere e a confrontarci con situazioni dolorose dalle quali, però, possiamo imparare qualcosa attraverso una riflessione costruttiva.

Tutto il nostro corpo ne viene investito, costringendoci ad un rallentamento che serve a riprendere le energie che adesso devono essere dirette verso uno scopo diverso. Quindi potremmo dire che la tristezza ci permette di accettare la perdita e di investire le nostre risorse su obiettivi nuovi. Ma non solo, questo investimento anche corporeo serve a segnalare agli altri la nostra tristezza in modo che si possano avvicinare a noi, fornirci sostegno e conforto.

Nonostante queste funzioni adattive, spesso tendiamo a mascherare la tristezza perché il nostro comportamento è guidato da pensieri del tipo “non devo farmi vedere triste” o “devo essere forte”.

Questo tipo di regole autoimposte sono in un certo senso contro-evolutive in quanto non permettono agli altri di starci vicino nei momenti di difficoltà, creando un circolo vizioso che alimenta la sofferenza.

Strategie per stare meglio

Uno dei modi per “stare meglio” quando siamo tristi, al contrario, è proprio quello di condividere il nostro stato d’animo con gli altri. Anziché chiuderci a riccio, cerchiamo attivamente ed in modo aperto la vicinanza e la condivisione con le persone per noi importanti.

Se è vero che la tristezza ci porta a riflettere, è importante non confondere la naturale tendenza ad interrogarci su quello che ci è accaduto con la ruminazione. La ruminazione è uno stile di pensiero ripetitivo nel quale i pensieri sulle cause della propria condizione vengono “rimasticati” di continuo.

Ovvero rimaniamo incastrati in una spirale di pensieri negativi del tipo: Perché mi sento cosi? Perché proprio a me? In realtà anziché avvicinarci alla soluzione ci allontaniamo da essa, perché questo stile di pensiero investe tutte le nostre energie mentali in modo non produttivo. La ruminazione ha un ruolo cruciale nel mantenimento della depressione.

L’infermiere può trovarsi spesso a dover fare i conti con momenti di tristezza derivanti dalla peculiarità del suo lavoro.

Un tipo di strategia disfunzionale frequentemente messa in atto dai professionisti della salute per evitare tristezza, ma anche altre emozioni, è quella del distacco emotivo.

Tuttavia mettere il coperchio su una pentola che bolle, non impedirà all’acqua di uscire!

Il distacco emotivo è dannoso per la nostra salute, cosi come molti studi dimostrano.

Ad esempio, la soppressione emotiva è associata con l’attivazione simpatica del sistema cardiovascolare e ad un maggior rischio di arteriosclerosi.

Sarebbe importante fornire agli infermieri, i quali si trovano a doversi confrontare con situazioni spesso dolorose e stressanti, gli strumenti formativi giusti per gestire efficacemente le emozioni.

Perché è ovvio che in assenza di strategie tendiamo a fare quello che funziona nel breve termine, perdendo di vista il nostro benessere nel lungo termine.

Non solo l’infermiere può provare tristezza in alcuni momenti della sua vita professionale, ma la tristezza è anche un’emozione che spesso i pazienti ci riportano. L’esempio più lampante è, ovviamente, la morte. Ma non solo, pensiamo anche a tutti gli infermieri che lavorano con pazienti affetti da malattie croniche.

Questo tipo di diagnosi comporta nel paziente e nei suoi familiari una serie di risposte emotive del tutto normali e fisiologiche, che includono un sentimento di tristezza e perdita. Perdita della precedente condizione, ma anche degli scopi e dei desideri futuri. In questi casi è molto importante l’ascolto empatico e la condivisione emotiva. Nessuna soluzione può essere accolta, se prima non lo sono i nostri bisogni emotivi.

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