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Nuova accusa di omicidio per Daniela Poggiali

di Manfredi Liparoti

L’ex infermiera dell’Ospedale di Lugo è stata accusata dalla Procura di Ravenna per la morte di un altro paziente, avvenuta nel marzo del 2014.

La Poggiali in un selfie con un paziente deceduto

Dopo la condanna all’ergastolo per l’omicidio in corsia di Rosa Calderoni, arriva una nuova accusa di omicidio volontario a carico di Daniela Poggiali. L’ex infermiera dell’ospedale Umberto I di Lugo, attualmente in carcere a Bologna, avrebbe ucciso un altro paziente e sempre con un’iniezione di cloruro di potassio. La Procura di Ravenna le ha infatti notificato l’avviso di conclusione indagini, preliminare alla richiesta di rinvio a giudizio, per il decesso di Massimo Montanari.

Noto imprenditore 94enne di Conselice, Massimo Montanari è morto il 12 marzo 2014 nel reparto dell’Ospedale di Lugo dove lavorava la donna, nonostante “un parziale miglioramento del quadro clinico”, tanto che la mattina dopo sarebbe stato dimesso. Montanari era l’ex datore di lavoro del fidanzato della Poggiali, con cui era entrato in conflitto dopo la fine del rapporto professionale. Un aspetto non secondario secondo il procuratore capo di Ravenna Alessandro Mancini e la pm Angela Scorza, che era già emerso in aula durante il processo per l’omicidio di Rosa Calderoni.

La segretaria di Montanari, chiamata allora a testimoniare per ricostruire il profilo dell’infermiera, ricordò come la Poggiali fosse andata nel giugno del 2009 negli uffici dell’azienda per portare un certificato del compagno a casa in malattia e fosse molto contrariata per quella perdita di tempo. Prima se la prese proprio con lei e poi minacciò anche il titolare: State attenti te e Montanari di non capitarmi tra le mani, perché io vi faccio fuori. Quando poi l'imprenditore finì in ospedale, si volle sostituire a una collega per somministrargli le terapie insuliniche. Che, secondo l’accusa, erano in realtà una dose letale di cloruro di potassio.

La Procura contesta all’infermiera quattro aggravanti: i motivi abietti, avendo dato corso alla minaccia di morte; la premeditazione, consistita nel procurarsi il farmaco letale (per il quale dovrà rispondere anche di peculato) e operare in un settore non affidato a lei; l’utilizzo dello stesso in dosi non terapeutiche e l’abuso di potere inerente alla sua qualifica di infermiera. Per altre decine di morti sospette, avvenute tra il 2012 e il 2014, ma su cui mancano elementi per proseguire le indagini, è stata invece chiesta l’archiviazione.

La prima condanna dell'infermiera

Lo scorso marzo, Daniela Poggiali è stata condannata all’ergastolo per l’omicidio di Rosa Calderoni con verdetto unanime degli otto giudici della Corte d’Assise di Ravenna (sei quelli popolari e due i togati: il presidente Corrado Schiaretti e il giudice a latere Andrea Galanti). La 78enne di Russi è morta l’8 aprile del 2014 all’Ospedale di Lugo per un’iniezione letale, avvenuta secondo la pm Angela Scorza tra le 8.15 e le 8.20 del mattino, quando l’ex infermiera è entrata nella stanza dell’anziana e, dopo aver chiesto alla figlia di uscire, è rimasta sola con la paziente una decina di minuti.

Nelle motivazioni della sentenza, il giudice Corrado Schiaretti ha scritto che Daniela Poggiali uccise Rosa Calderoni per alzare il livello di sfida e commettere quello che potrebbe definirsi un 'omicidio difensivo'. La morte di Rosa Calderoni , avrebbe infatti potuto consentire di dimostrare che i decessi sospetti erano solo un caso e che non c’entravano con lei. Perché la Poggiali non solo sapeva delle strane voci sul suo conto. Di più. Sapeva di avere già ucciso numerosi pazienti. Forse non ricordava neppure lei quanti. Secondo il giudice la Poggiali ha dimostrato di essere fredda, intelligente. Il programma criminoso era egregiamente congegnato.

La difesa della Poggiali

Nella sentenza ci sono forti criticità che lasciano spazio a una flebile speranza: quella che la Corte d’Assise d’appello sia meno suggestionata. Questo il commento di Stefano Dalla Valle, avvocato di Daniela Poggiali. Perché Daniela avrebbe ucciso? – si chiede l’avvocato –. Il pm aveva parlato di ‘compiacimento nell’ergersi ad arbitro della vita e della morte’, la sentenza parla di ‘omicidio difensivo, per alzare il livello di sfida’. Ma non c’è una perizia psichiatrica che dimostri che Daniela Poggiali sia anche solo una personalità borderline.

Secondo l’avvocato, una delle “forti criticità” riguarderebbe, in particolare, il deflussore rinvenuto tra i rifiuti ospedalieri, che conteneva potassio in concentrazione elevata. Ma c’è il dubbio che quel deflussore non sia quello di Rosa Calderoni, sostiene. Un altro elemento considerato problematico dalla difesa è l’esame del sangue della paziente, che aveva rilevato valori di potassio normali, mentre nel liquido oculare della defunta, prelevato 56 ore dopo dalla morte, erano stati riscontrati valori doppi rispetto a quelli naturali. Inoltre la tecnica utilizzata per prelevare il potassio dall’umor vitreo, per l’avvocato non è stata quella corretta.

L’Ospedale di Lugo

A pochi giorni dalla sentenza di primo grado, la direzione dell’Azienda sanitaria della Romagna ha voluto sottolineare con una nota come abbia da subito provveduto a rivedere gli assetti organizzativi e procedurali dell’Ospedale di Lugo per evitare il ripetersi di casi simili. Sono state attivate nuove modalità organizzative di lavoro all’interno del reparto che permettono una migliore individuazione delle responsabilità nella presa in carico di ogni singolo paziente. Crediamo sia questo l’atteggiamento giusto anche per rendere merito e riconoscimento ai tanti operatori che quotidianamente sono impegnati all’interno della struttura per garantire ai pazienti le migliori qualità di cura.

Selfie e furti in corsia

Definita dai mass media “infermiera killer” e “Lady potassio”, Daniela Poggiali è rimbalzata più volte sulle prime pagine anche per le fotografie in cui è ritratta mentre fa smorfie accanto a pazienti morti. Non solo: lo scorso 20 ottobre è stata condannata a tre mesi di carcere, 100 euro di multa e il risarcimento danni all’Ausl della Romagna, per il tentato furto di 10 euro dal portafogli di un anziano, andato ad assistere la moglie in fin di vita, sempre all’ospedale di Lugo. I fatti, come riportato da quotidiani locali, risalgono al 19 ottobre 2013: Poggiali fu notata da una collega mentre, in ginocchio vicino al comodino della paziente, armeggiava nel portafogli del marito. La Procura ha fatto notare in requisitoria che nello stesso periodo furono commessi altri 27 furti in corsia: in 26 casi era di turno la Poggiali.

Giornalista

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