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COVID-19

Opi Trento: infermieri stremati, turni fino a 10 ore

di Massimo Canorro

L’incremento dei contagi fa aumentare la pressione sugli ospedali e sulle Rsa del territorio, impattando anche sul personale sanitario già fiaccato dalla pandemia. Il presidente dell’Opi Trento, Pedrotti: La situazione è peggiorata con le sospensioni degli infermieri no vax. Un ulteriore peso per i colleghi vaccinati che sono in servizio.

Chi non si vaccina impatta sulla collettività

Le sospensioni degli infermieri no vax sono un ulteriore peso per i colleghi vaccinati in servizio

Proseguiamo ad esserci ma le forze delle colleghe e dei colleghi – tanto a livello fisico quanto psicologico – sono oramai allo stremo. Non ha quasi più parole Daniel Pedrotti, presidente Opi Trento, mentre spiega a “il Dolomiti” quanto sta avvenendo a livello territoriale. I casi, infatti, stanno aumentando in maniera significativa, e non riguardano solo le degenze ma anche i ricoveri in terapia intensiva. Allo stato attuale ci sono 99 ricoveri di cui 18 in rianimazione. Solo alla fine di ottobre, il presidente dell’Ordine degli infermieri della Provincia di Trento – che già si era scagliato contro le manifestazioni in piazza degli infermieri no vax – aveva lanciato un appello ai colleghi non ancora vaccinati contro il Covid-19 (e dunque sospesi): L’invito che rinnovo è di farlo quanto prima, per sé stessi, per i propri famigliari, parenti e amici, per la tenuta del sistema sanitario, per la tutela delle persone fragili.

Il fatto che una persona non si vaccini incrementa in modo significativo il rischio di ricovero, ma anche di mettere in pericolo altre persone

Una dichiarazione, la sua, che (purtoppo) non ha ottenuto gli effetti sperati. E a distanza di un mese e mezzo a farne le spese sono, soprattutto, le strutture. Inevitabilmente sotto pressione. E così lo sono anche i sanitari, spiega Pedrotti, che già in passato aveva ammonito su come gli infermieri no vax possono mettere a rischio le Rsa. Continuando: Oggi il peso della situazione si è ancora di più acuito dopo le sospensioni che abbiamo registrato. Parliamo di 150 infermieri ancora sospesi per non aver assolto l’obbligo vaccinale previsto dalla normativa; ovvero di circa il 3% degli iscritti, ma in una situazione di carenza cronica anche questa quota residuale che non è sul campo incide e il peso ricade sui colleghi in servizio. Tutto ciò porta ad un ulteriore incremento del carico di lavoro. Tradotto: turni che possono raggiungere anche le 10 ore consecutive trascorse all’interno degli scafandri. Ma anche difficoltà nel programmare quando andare in bagno, nonché il timore di poter contagiare i propri famigliari, una volta rientrati a casa.

Senza tralasciare i preoccupanti dati diffusi dall’Istituto Superiore della Sanità, che a inizio dicembre ha riferito che negli ultimi 30 giorni i contagi fra gli operatori sanitari sono arrivati a 3.929, ovvero 130 operatori sanitari (con in media 107 infermieri) si stanno infettando ogni 24 ore. Professionisti sanitari che sono sfiancati, ed ecco che – a maggior ragione – una persona che non si vaccina impatta sulla collettività. Chiarisce Pedrotti: Ci sono posti letto e personale che potrebbero garantire risposte a bisogni sanitari dei pazienti non Covid-19, che rischiano di essere posticipate. Il fatto che una persona non si vaccini incrementa in modo significativo il rischio di ricovero, ma anche di mettere in pericolo altre persone.

Così non è facile, per gli infermieri, andare avanti dopo due anni nei quali si sono spesi per contrastare il virus. Ed incalza, inutile nasconderlo, il senso di frustrazione e di demotivazione tra i professionisti sanitari ad ogni livello. Ciò non deriva solamente dalla quarta ondata che alimenta comunque la situazione di pesantezza ma anche dal fatto che è giunto il momento di dare segnali tangibili di riconoscimento della professione infermieristica con tutto ciò che ne deriva, chiosa Pedrotti.

Giornalista

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