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I miei 40 anni da infermiere, un infermiere qualunque

di Fabio Albano

Credere ancora nella nostra professione, dopo 40 anni di servizio, è possibile! Io sento ancora la passione e la curiosità verso il nostro mondo nonostante, appunto, i miei esordi risalgano al 1977.

1977 – 2017: Orgogliosamente infermiere da 40 anni

La riflessione di chi ha 40 anni di storia come infermiere sulle spalle

Protagonisti di questa storia sono tutte le colleghe e i colleghi che hanno attraversato questo mio lungo (ma breve) percorso, professionale e non solo.

Perché raccontare una storia banale, una storia di un infermiere qualunque? Intanto perché questa storia non è soltanto quella di una singola persona, ma quella di tanti infermieri che, in silenzio, senza proclami o interessi personali, hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo della nostra categoria.

Poi perché è attraverso la rilettura del nostro percorso professionale che si può intuire quello che sarà il futuro, così come è attraverso l’analisi spontanea di una crescita della professione che è stata costellata da grandi successi e da grandi sconfitte, che si possono comprendere gli attuali stati dell’arte.

Ma soprattutto credo sia doveroso raccontare uno spaccato del nostro vissuto ai colleghi più giovani, a coloro che si apprestano ad intraprendere questa professione, così come pure a chi ha deciso di iscriversi al corso di laurea in infermieristica.

Sono le nostre radici a nutrire e a rendere sempre viva e vitale la nostra professione.

La storia dell’infermiere cambia con la storia d’Italia

Esistono date che hanno marcato in modo indelebile la nostra storia professionale. Probabilmente non a tutti è noto che sino alla prima metà degli anni 70 del secolo scorso, il corso di studi professionale per diventare infermieri era aperto solo alle persone di sesso femminile.

Discriminazione inversa, conseguenza di una logica cattolica secondo cui prendersi cura dei malati era dovere delle sole donne. Nella quasi totalità degli ospedali il personale sanitario era formato a maggioranza da suore, mentre alle persone laiche era richiesto un solo contributo di supporto. Suore erano le caposala, suore erano le direttrici didattiche e suora era pure l’ammonitrice didattica, figura in rappresentanza di un vecchio ordine secondo cui la punizione era la migliore presa di coscienza del ruolo di futuro Infermiere.

È della seconda metà degli anni 70 la legge che ha reso possibile l’interruzione di gravidanza negli ospedali pubblici. L’approvazione della 194 ha rappresentato una vera rivoluzione nell’etica del momento. Sino ad allora, abortire rappresentava un reato contro lo Stato, ma ancor di più un grave affronto ai costumi della società.

Moralmente era preferibile far abortire una donna attraverso un procedimento illegale e pericoloso, piuttosto che ammettere la necessità di una legge in merito. Nota ai più la figura della “mammana”, che con intrugli di pozioni di prezzemolo e altre erbe provocava l’aborto. Spesso la conseguenza di simili trattamenti effettuati sul tavolo di casa erano infezioni talmente violente e repentine da causare la morte della gravida.

Una delle prime conseguenze della legge 194 fu quella per cui i professionisti della salute, operanti in strutture pubbliche di matrice clericale, furono obbligate a firmare, all’interno del contratto di lavoro e pena la remissione dall’incarico, l’obiezione di coscienza.

Gli anni Settanta

Gli anni 70 del ventesimo secolo sono stati anni, nel bene e nel male, di grande fermento, di radicali mutamenti e di grandi conquiste sociali. Si pensi al divorzio, approvato nel 1970. Questa legge ha permesso che molte donne si potessero liberare dalla “schiavitù” di matrimoni coercitivi e insoddisfacenti. Erano anni, quelli, in cui si definiva l’uomo “padre padrone”. Chiaramente non sempre questo detto era rappresentante della verità, ma in molti casi e specie in alcune regioni dell’Italia, era esatta raffigurazione del potere degli uomini sulle donne.

Dato che la nostra professione allora era costituita in larga parte da persone di sesso femminile, viene facile immaginare le conseguenze pure sulla nostra categoria. Qualcuno avrà sentito declinare lo slogan “l’utero è mio e me lo gestisco io”. Ebbene questo slogan ha aiutato a sdoganare le donne dalla subalternità mascolina di quegli anni.

Ma quegli anni furono pure gli anni di piombo, gli anni delle brigate rosse e del terrorismo nero, gli anni della del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Furono gli anni delle grandi ideologie, della voglia di fare politica, ma pure delle allora grandi certezze, svanite col tempo, come l’impiego sicuro, il posto fisso, l’età pensionabile in una fase ancora “giovanile” della propria esistenza. Insomma, anni di grandi dolori sì, ma pure anni di grandi speranze. Che, mi pare, ai giovani di adesso risultino precluse.

Dal punto di vista infermieristico erano gli anni delle siringhe di vetro, degli aghi di acciaio a cui si doveva rifare la “punta”. Gli anni in cui il monouso era ancora fantascienza. I guanti chirurgici venivano lavati e/o passati nel “sublimato corrosivo”, poi intalcati e sterilizzati.

Le mascherine chirurgiche erano di stoffa e si usavano più volte e i D.P.I. non appartenevano neppure alla più recondita immaginazione.

Ma erano anni di grande fermento cultural-professionale. Stava covando sotto la cenere la voglia di cambiare le strategie formative delle professioni sanitarie. Questo era il nostro mondo in quegli anni

Allora la nostra risultava solo una professione ausiliaria, priva di competenze specifiche e di alcuna autonomia. Il gap culturale specifico e generale tra un infermiere e un medico appariva incolmabile.

Questa distanza culturale tra medici e infermieri era palpabile. Ma chi, infermiere, aveva la capacità di prenderne coscienza poteva sviluppare interessi specifici alla propria professione o generali che andavano ben al di là dell’immaginato.

Per osmosi si potevano apprendere interessi culturali che solo la capacità del singolo individuo ha saputo e voluto sviluppare.

La grande tecnologia era ancora lontana. Prima degli anni 90, nelle sale operatorie esistevano ancora elettrobisturi a valvola, respiratori automatici meccanici, i tubi endotracheali erano di materiale rigido, traumatico e riutilizzabili.

Procedere ad un intervento guardando attraverso un monitor, pareva una condizione assurda, incredibile. Si pensava potesse risultare una chirurgia a scarsa diffusione, invece… Era l’inizio dell’avvento della tecnologia nella nostra vita professionale.

Essere infermiere oggi

Oggi essere infermieri è decisamente più complesso rispetto a 40 anni fa. Tecnologia, stakeholder, mission, risk-management e chi più ne ha più ne metta.

Le competenze necessarie al nostro sviluppo professionale sono molteplici. Le conoscenze richieste per “restare sul pezzo”, infinite.

Ciò che si apprende durante il percorso universitario di base diventa presto bagaglio culturale insufficiente. La formazione in itinere diventa necessaria, indispensabile. Altrimenti il risultato è quello di un percorso professionale obsoleto, insoddisfacente.

Ma il grande sforzo culturale che deve essere proposto ai nostri giovani e futuri colleghi è quello dell’integrazione tra le competenze tecniche e quelle non tecniche

I prossimi modelli formativi dovranno prevedere un piano di studi che non si fermi alla preparazione specifica della nostra professione, ma che introduca alla psicologia e, perché no, alla filosofia. Solo così la nostra potrà diventare professione intellettuale.

Questo è il pensiero di un infermiere, che è un infermiere e ama esserlo da 40 anni.

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