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Se ci fosse la campanella del sollievo in ogni oncologia

di Monica Vaccaretti

Vorrei che fosse installata una campanella del sollievo, di rame o di ottone, in ogni oncologia italiana, della giusta misura e magari battuta a mano, come facevano un tempo i ramai per le campane più grandi che rintoccavano sui campanili. Vorrei che fosse benedetta dai padri cappellani per imprimerle ancor più forza e valore, una sorta di sacralità umana che testimonia la comune condizione del malato di tumore che non fa distinzioni di genere e credo. Il rito di suonare questa speciale campanella - che nasce negli Stati Uniti e nel Sud America ed è stato adottato in Australia, Canada ed Inghilterra - è un'usanza che si è largamente diffusa negli ospedali anglosassoni per annunciare al mondo la guarigione dal cancro o la conclusione di un trattamento sanitario che ha portato beneficio.

Un rito di gioia, un rito dell’addio

La campanella del sollievo viene suonata per annunciare la guarigione dal cancro o la conclusione di un trattamento sanitario che ha portato beneficio.

È un rito di gioia con il quale il paziente che ha concluso il suo lungo percorso di cura si augura ogni bene per i giorni nuovi liberi da malattia, finalmente lontani dall'ospedale. Ed è un rito dell'addio, con il quale il personale sanitario saluta il paziente facendolo tornare a casa sano, a compimento del proprio lavoro ben fatto.

È un simbolo di rinascita, dal momento in cui si torna a pensare al proprio futuro senza l'ombra ingombrante dell'Intruso e a recuperare salute, integrità e padronanza del proprio corpo, che tanto a lungo ha tribolato gli effetti devastanti del morbo e delle pesanti terapie.

Si tratta di un toccante gesto pensato inizialmente per i bambini colpiti dal tumore, ma per la bellezza del suo significato è presto stato esteso anche agli adulti, uomini e donne, non meno duramente colpiti dalla malattia oncologica.

La campanella è solita accompagnarsi con una targa in cui vengono incise le parole struggenti di una poetessa afroamericana, Maya Angelou (1928-2014), attivista per i diritti civili:

La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo ma attraverso i momenti che ci lasciano senza respiro. Sorridi, questo è uno di quei momenti, visto che il tuo percorso di cura si è concluso ed è giusto annunciarlo al mondo intero attraverso il suono di questa campana. Falla suonare una volta per ciò che hai attraversato, suonala ancora per celebrare il presente, poi ancora una volta per augurarti un futuro radioso.

In Italia certamente la campanella suona ogni tanto nel reparto di Pediatria Oncologica dell'ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, in Puglia. È sempre un momento emotivamente coinvolgente, per chi la suona e per chi la sente, che sancisce la fine di un'esperienza di malattia personale, dolorosa e solitaria perché vissuta necessariamente sulla propria pelle, spesso senza sconti di pena e di ansia.

Tuttavia, è un evento condiviso, se non con i familiari che talvolta lasciano soli di fronte ad una condizione che ancora fa paura, almeno con gli operatori sanitari che ogni giorno accompagnano e sostengono, ciascuno secondo le proprie competenze e con l'aggiunta di qualità umane di sensibilità e partecipazione.

Se ci fosse una campanella del sollievo, agganciata al muro colorato in quell'angolo in cui il corridoio del Quinto Piano del mio ospedale incontra la sala d'attesa della Sezione cure, sarebbe in una bella posizione per essere vista a colpo d'occhio. I suoi rintocchi si sparpaglierebbero sino nell'ultima stanza in fondo.

Sentirei lo scampanellio intrufolarsi anche nell'ambulatorio medico chiuso per una visita in corso, infilandosi sotto l'uscio. Vedrei l'oncologo sollevare lo sguardo dalla cartella clinica e, posando la penna ed accennando un sorriso gentile, affacciarsi sulla porta. Egli farebbe persino un cenno alla paziente sorpresa dai rintocchi, ancora inchiodata sulla seggiola pensando al suo malanno. La inviterebbe a raggiungerlo per farsi pure lei lieta per la buona sorte della compagna o del compagno con cui ha passato tante ore di terapia.

La sventura può forse ad un certo punto finire, penserebbe la donna ancora paziente al primo rintocco portandosi lentamente, quasi con malavoglia, alle spalle del dottore per dare una sbirciatina a quel che sta capitando in corridoio.

Ce la posso fare anch'io se resisto e sopporto, si direbbe al secondo “din don”, cogliendo il significato del gesto, prendendo coraggio e facendosi più determinata. Voglio arrivare a suonarla anch'io, esprimerebbe in cuor suo al terzo scampanellio guardando la scena della persona che ha appena lasciato andare il battocchio e viene abbracciata dalle infermiere, che a turno le si fanno attorno, felici.

Alla fine, sorriderebbero tutti riempiendosi di fiducia, anche gli altri che nelle stanze stanno ancora prendendo la propria dose quotidiana di Peb per il tumore al testicolo o quella settimanale di Paclitaxel per sconfiggere il cancro alla mammella o quella di Oxaliplatino, ogni 21 giorni, per combattere la neoplasia all'intestino.

Sorriderebbero le persone che, spaventate ed ancora ignare, aspettano di essere chiamate al colloquio con l'infermiera che li ha presi in carico per il primo giorno di chemioterapia. Penserebbero che è un gesto simpatico e pieno di speranza, non aspettandosi affatto un ambiente così positivo ed accogliente, pieno di fratellanza ed inclusione, di comprensione tra esseri simili.

Sorriderebbero anche i familiari dei pazienti, venuti ad accompagnare o a riprendersi i propri cari dopo la seduta, perché capirebbero che la paura è concessa ma non deve arrivare al punto di indurire, ferire ed allontanare e che sentirsi inadeguati di fronte alla fragilità di chi si ama è normale.

Se ci fosse una campanella del sollievo al Quinto Piano, dove ho passato otto anni della mia vita professionale, andrei a suonarla postuma per tutte le persone belle che lì ho incontrato e che ancora porto nel cuore. Farei tre rintocchi per quelle che sono guarite e che, pensandole felici, ho perso di vista perché talvolta credo che di loro sia bene non sapere più nulla lasciandole libere persino di dimenticarci.

L'oblio è un loro diritto. Ma non escluderei dallo scampanellio coloro che non ce l'hanno fatta e ci hanno lasciato prima del tempo, perché in fondo quel sollievo che molti hanno cercato per sé lo hanno donato alla fine agli altri con la loro testimonianza di vita.

Se fossi ancora in oncologia mi avvicinerei alla campanella del sollievo, dapprima susssurrando tanti nomi significativi - che ancora si sormontano facendosi largo nella mente e salutandomi, a volte confondendosi - poi sbattendo i tre rintocchi moltiplicati per il ricordo di ciascuno di loro che non c'è più.

Così diventerebbero un unico suono armonico facendosi melodia, salendo e scendendo tutti i sette piani dell'ospedale. Ovunque siano, meritano anch'essi che la campanella del sollievo suoni per la bellezza di ciò che sono stati, passando di qui.

Perché contro il cancro non si tratta di perdere o vincere una battaglia, come è costume dire, ma semplicemente di esserci e di porsi davanti alla malattia con lo stesso animo con cui si affronta la vita.

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