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testimonianze

La voglia di normalità sta tutta in una tazza di caffè

di Paola Botte

Se si presta un po’ più di attenzione del solito nello svolgere il proprio lavoro si scopre con facilità quante cose si possano imparare da chi sta male e desidera con tutte le forze solo una cosa: riacquistare quell’autonomia che va di pari passo con la dignità.

Silvio, l’ictus, noi Oss e una tazza di caffè in sospeso

La macchinetta del caffè è sempre la stessa. La sua forma, il suo colore, le sue caratteristiche non sono cambiate. Oggi, come ieri, il profumo che emana risveglia i corpi ancora assopiti dalla notte.

Operatori, infermieri, dirigenti, degenti. Tutti vi passano davanti, poi si fermano un attimo e trovano il tempo per bere il loro bicchiere di caffè. Soltanto tu, Silvio, sei lì da un po' e guardi come se non l'avessi mai vista. Come se quella macchinetta avesse improvvisamente preso il posto di qualcosa che ti era famigliare.

Nessuno capisce e nessuno si ferma. Tutti sono troppo impegnati per comprendere quanto fosse stato importante per te quel luogo, quando ancora riuscivi a camminare, a comunicare e ad incontrare gli altri ospiti della Residenza. Quelli come te ancora capaci di scegliere cosa fare, sebbene limitatamente alle quattro mura in cui si trovavano.

Per noi OSS, che abbiamo sempre fretta di finire il nostro lavoro e viviamo d'ansia, perché speriamo di farlo al meglio con i tempi imposti dalla struttura, il tuo ictus è stato un bel carico di lavoro in più.

Questo però non è servito a farci essere indifferenti al tuo dolore o arrabbiati, perché tornavamo a casa più stanchi di prima. La fatica, il mal di schiena, il sudore, le lamentele dei parenti, la carenza di personale, tutto questo è passato in secondo piano quando abbiamo avuto davanti il tuo sguardo triste di uomo che ha improvvisamente perso il suo bene più prezioso.

Perché perdere l'autonomia di lavarsi, vestirsi, mangiare e andare alla macchinetta del caffè per berne uno e scambiare due parole in compagnia, vuol dire perdere proprio la libertà per chi come te era riuscito a ritagliarsi la propria indipendenza all'interno della Residenza.

Sebbene avessi da poco compiuto settantacinque anni, eri ancora capace di svolgere tutte le funzioni quotidiane da solo. Eri uno dei pochi che non aveva bisogno di una carrozzina o della nostra assistenza per muoversi, che mangiava tutto e di tutte le consistenze.

Anzi, spesso per il pranzo o la cena arrivavi in anticipo al tuo tavolo, perché ti piaceva tanto mangiare e scegliere il tuo primo e il tuo secondo piatto. Adesso che di piatto ne mangi uno solo, peraltro frullato, perché non sei più capace a masticare, non ti rassegni.

Con lo sguardo ci chiedi dove siano finiti i pezzi di maccheroni che tanto desideravi oppure quei succulenti pezzi di carne che gli altri ospiti mangiano avidamente nei tavoli accanto. Ma la cosa che proprio non riesci ad accettare è quella "dannata" carrozzina.

Ricordo ancora il primo giorno che sei ritornato dall'ospedale e ti abbiamo mobilizzato dal letto alla carrozzina. Avevi gli occhi di una persona smarrita, impaurita e anche se abbiamo cercato di spiegarti cosa stava accadendo, continuavi a tirare giù dal poggiapiedi la gamba sinistra paralizzata aiutandoti con la mano destra.

E poi facevi forza sulla carrozzina per alzarti, ma non potevi perché per la tua sicurezza il medico ti aveva prescritto una fascia addominale contenitiva. Quanto è stato difficile in quei giorni accettare il tuo cambiamento.

Ed è stato l'ennesimo spunto di riflessione per la nostra categoria. Ci siamo chiesti più volte quale debba essere il nostro ruolo. Come dobbiamo comportarci in questi casi. Qualcuno direbbe, come abbiamo sempre fatto.

Quindi igiene al mattino e al bisogno, posizionamento del presidio assorbente, colazione, pranzo e cena frullati, imboccamento, idratazione con acqua addensata, mobilizzazione con il sollevatore e via.

Ma chi ci ha spiegato, a noi Oss, cosa rispondere ad uno sguardo pieno di interrogativi come il tuo, Silvio? Da iter avrebbe dovuto risponderti l'educatrice o meglio ancora la psicologa, ma sinceramente tu trascorri molto più più tempo con noi.

E poi, l'educatrice l'hai vista ben poco e la seconda non è neanche prevista dalla struttura. Fortunatamente mentre pensavamo a come farti stare meglio, tu ci hai insegnato una grande lezione. Senza usare la parola. Solo con i tuoi gesti.

Giorno dopo giorno hai fatto dei piccoli passi in avanti, prima ricominciando a tenere il cucchiaio in mano e poi addirittura riuscendo a spingere la carrozzina con il piede buono. Adesso so cosa stai pensando e perché guardi insistentemente quella macchinetta.

Il tuo obiettivo è potere di nuovo raggiungerla da solo per "farti" un bel caffè in compagnia e magari, chissà, un giorno ritornare a parlare.

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