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Emergenza-Urgenza

Infermieri e 118: stiamo combattendo il nemico sbagliato

di Giacomo Sebastiano Canova

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La cosa che balza agli occhi più allenati è che mentre tutto il mondo si muove in una direzione differente, in Italia ci si interroga ancora di come sia possibile che in ogni ambulanza non sia presente un medico. C’è un altro fatto che emerge leggendo tutti i comunicati pubblicati sulla questione: l’assenza di numeri. Già, perché sin dall’università si impara che la scienza è tale se supportata da evidenze: quando si parla si deve avere qualcosa di solido in mano. Altrimenti non si parla di fatti, ma di opinioni.

Quando si parla di salute contano i fatti, non le opinioni

La radiazione dall’Ordine dei medici di Bologna dell’assessore regionale Venturi, reo del gravissimo fatto di aver firmato protocolli che in altre realtà esistono da anni, rappresenta solo l’ultima tappa di un percorso che vuole mettere al centro delle polemiche la figura infermieristica in ambulanza.

Qualche settimana fa l’attenzione era tutta concentrata in Toscana, dove un comunicato congiunto scritto da più firme mediche sindacali (alle quali mancava – fatalità - quella dei medici anestesisti rianimatori) poneva l’attenzione sul fatto che gli infermieri avrebbero sostituito i medici nell’emergenza preospedaliera.

Prima ancora, dobbiamo tornare in Emilia Romagna per leggere comunicati contrari all’attuazione dei protocolli infermieristici pre-ospedalieri; tutto partì ancora una volta da Bologna, passando anche per il Friuli Venezia Giulia.

La cosa che balza agli occhi più allenati è che mentre tutto il mondo si muove in una direzione differente, in Italia ci si interroga ancora di come sia possibile che in ogni ambulanza non sia presente un medico.

C’è un altro fatto che emerge leggendo tutti i comunicati pubblicati sulla questione: l’assenza di numeri. Già, perché sin dall’università si impara che la scienza è tale se supportata da evidenze: quando si parla si deve avere qualcosa di solido in mano. Altrimenti non si parla di fatti, ma di opinioni.

Con un’enorme differenza: i fatti rappresentano la scienza, le opinioni la politica. E non sempre le due cose vanno a braccetto tra loro.

Se davvero quello che conta è la politica e non la scienza, allora c’è giusto qualche questione che deve essere affrontata. E forse anche con una certa urgenza.

Chi lavora in ambito preospedaliero sa bene cosa questo voglia dire e di come si ripercuota nella pratica quotidiana. Già, perché il preospedaliero non può essere una semplice passione. Bisogna fare le stesse cose che si fanno in ospedale, ma bisogna farle meglio, in meno tempo e in un setting che può essere un fosso o stretti tra WC e bidet. E per farlo bisogna essere allenati, aggiornati e formati.

Ci si stupisce della presenza di protocolli infermieristici che garantiscono l’assistenza in autonomia al paziente da parte di questi professionisti, senza contare però che praticamente tutti i sistemi di emergenza funzionino in questo modo da anni e abbiano preso la direzione opposta a quella che alcuni dei nostri vorrebbero già da tempo.

In merito, si urla di come l’infermiere non sia un medico e che queste due figure non possano essere intercambiabili. Anche qui, i numeri contano e valgono molto di più delle opinioni.

La questione dei volontari in ambulanza

In tutto questo polverone, ci si dimentica poi di una grossa fetta di personale che quotidianamente entra nelle case di chi chiama i numeri di emergenza. Già, perché mentre da un lato ci si scandalizza che infermieri con importante esperienza di area critica, master e formazione avanzata agiscano in autonomia sotto il controllo di percorsi internazionalmente riconosciuti, dall’altro nessuno pone l’attenzione sul fatto che decine di migliaia di volontari ogni giorno soccorrano pazienti.

Coloro che vengono soccorsi hanno il dovere di sapere, giustamente, che non sempre è un medico quello che entra in casa loro. Anzi, se lo vedono significa che la situazione non è proprio delle migliori.

Inoltre, potrebbe non essere nemmeno un infermiere a valutarlo. Ma chi potenzialmente un giorno potrebbe essere soccorso (ovvero tutti noi) deve altresì sapere che ad entrare a casa sua potrebbe essere un nomale cittadino che di lavoro fa tutt’altro, dedicando al volontariato qualche ora al mese (quando va bene).

Nulla contro il volontariato, sia chiaro: ma in un contesto in cui ci si scandalizza che gli infermieri possano compiere manovre o somministrare farmaci salvavita, ci si aspettava anche una presa di posizione nei confronti di chi, con preparazione ed esposizione a casistica (dunque, esperienza) nettamente inferiore entra quotidianamente a contatto con pazienti critici sul territorio.

In merito, da parte della politica la risposta è il silenzio. Segno che, forse, il vero fulcro di tutta la questione non sia quello che dovrebbe sempre e solo essere per un professionista sanitario: il paziente

Forse gli interessi in gioco sono ben altri. Con il rischio che questo voler a tutti i costi cercare un colpevole contro il quale puntare il dito stia solo distogliendo lo sguardo da quello che dovrebbe essere il vero ruolo della politica: alla luce dei numeri, intraprendere un percorso condiviso e comune nel sistema di emergenza preospedaliera, basando le scelte non sulle opinioni di pochi ma sulle evidenze scientifiche internazionalmente riconosciute.

Magari puntando l’occhio altrove, attingendo a quei sistemi leader nell’emergenza territoriale. Abbiamo bisogno di imparare ancora tanto, e per farlo dobbiamo studiare i migliori. Perché quando si parla di salute contano i fatti, non le opinioni.

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