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Lavoro

Lombardia, mancano 9.500 infermieri

di Massimo Canorro

Solo le Rsa avrebbero bisogno di 3.500 professionisti sanitari. Considerando le carenze in ambito ospedaliero, si tocca quota 9.500. Con l’emergenza Covid, il comparto pubblico ha sbloccato le assunzioni e raccolto la quasi totalità degli infermieri disponibili. Si cercano le soluzioni più disparate, ma la Fnopi è netta: Nessuna apertura a discutere di palliativi. C’è bisogno di risposte strutturali.

Carenza infermieri, Mangiacavalli (Fnopi): no a palliativi

Critica la carenza di infermieri: in Italia ne mancano 70mila

Appena ieri si è celebrata la Giornata dell’infermiere, con incontri e celebrazioni in tutta Italia. Tra le criticità sollevate c’è stata – e ovviamente c’è – la carenza di professionisti sanitari. In questo senso la Fnopi calcola che, nel nostro paese, ne manchino circa 70mila, senza considerare quelli previsti dal Pnrr.

Non fa difetto la Lombardia, dove con una mozione bipartisan in Consiglio regionale è stato chiesto alla giunta di intervenire, presso la Conferenza Stato-Regioni, per definire un tangibile piano di assunzioni.

Nel territorio lombardo solo le Rsa cercano 3.500 infermieri, le strutture di cura future altri 4.800, mentre ce ne sono già al lavoro circa 54mila (dato aggiornato al 2019). Considerando le carenze in ambito ospedaliero, si tocca quota 9.500. Dove reperirli? È questa la domanda più ricorrente.

Con l’emergenza Covid il comparto pubblico ha sbloccato le assunzioni nonché raccolto la quasi totalità delle figure a disposizione. Se in Lombardia gli ospedali e le cliniche private faticano a trovare personale sanitario, le Rsa sono ancora più in affanno, tanto da cercare infermieri in Sudamerica.

Alcune idee, in questo senso, arrivano dalla politica. È il caso di Maria Carmela Rozza, consigliera regionale Pd e infermiera, che spiega: Chiediamo di istituire all’interno degli ospedali pubblici la figura del direttore assistenziale, alla pari con il direttore amministrativo, sanitario e socio-sanitario e subordinato esclusivamente al direttore generale. Dovrà essere scelto tra coloro che posseggono una laurea magistrale delle professioni sanitarie, recita il progetto di legge depositato lo sorso 7 aprile.

Insomma, le polemiche che hanno accompagnato l’istituzione di tale figura in Emilia Romagna non hanno fatto desistere il Pd della Lombardia. Che, piuttosto, ha rilanciato: Vorremmo proporre il Direttore assistenziale anche a livello nazionale.

C’è poi l’idea di puntare sulla figura del super Oss – da formare in tempi brevi – per dare “respiro” agli infermieri stremati soprattutto nelle Rsa e case di riposo. Ma anche qui il dibattito è aperto. La senatrice Barbara Guidolin (M5S), ad esempio, ha parlato di una non soluzione, un’iniziativa che lascia spazio a enormi interrogativi.

La Fnopi, invece, intende percorrere un’ulteriore strada, come illustra la presidente Barbara Mangiacavalli: Non siamo disponibili a confrontarci su palliativi. Urgono risposte strutturali. E in merito alla creazione del direttore assistenziale all’interno degli ospedali, evidenzia: L’iter legislativo in Emilia è stato lungo, con il coinvolgimento di tutti gli attori interessati. È una possibilità anche per la Lombardia, ma non nell’immediato.

Meglio sarebbe investire su una carriera di tipo clinico-assistenziale anche per gli infermieri. Necessitiamo di lauree magistrali che potenzino tali competenze. La professione non è ambita: lo vediamo da posti che rimangono vuoti nei corsi di laurea nelle università. Dobbiamo esserne coscienti e riposizionare l’intero sistema su nuovi modelli.

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