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pronto soccorso

Quattro punti in testa

di Lucia Teresa Benetti

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Un continuo andare di barelle, di nomi chiamati, di parenti avvertiti, di infermieri mai fermi. Pronto Soccorso. Quante volte ho parlato e scritto delle sue problematiche andando ad intuito, sperando di prendere in considerazione nel migliore dei modi tutti gli aspetti organizzativi. Osservandolo sia da curato quanto da curante. Bene, oggi potrò dire la mia con più cognizione di causa. Chissà, forse rafforzando le mie congetture, oppure, più semplicemente, demolendole. Di certo c’è che sono grata a tutto il personale del Pronto soccorso di Livorno, perché non puoi inventarti per un intero pomeriggio e oltre la gentilezza. Non mi sono mai sentita abbandonata. Ed è il loro modo di fare. Perciò grazie.

Pronto soccorso, dopo averlo vissuto da paziente posso raccontarlo

È successo giusto una settimana fa. Lunedì scorso, un lunedì come tanti. Una mattinata passata a scrivere, telefonate da fare, una sbirciatina ogni tanto a Facebook giusto per sorridere un po’, qualche impegno rimandato per mancanza di tempo e il cane da portare fuori.

Già, Sammy. Sammy è un bel cagnone di quasi 50 kg. Un trovatello. Certo nessuno immaginava che diventasse così grosso e così appiccicato a me quando è arrivato a casa. Ma tant’è. Io e lui ci amiamo alla follia!

Così mancavano pochi minuti a mezzogiorno, siamo usciti. Avevo anticipato il solito nostro giro di primo pomeriggio proprio perché mi aspettavano ore intense dal punto di vista degli impegni.

Non avevamo nemmeno fatto pochi metri dal cancello di casa che, appena un po’ più in là, nascosto inizialmente alla vista dalla siepe che circonda il giardino accanto, ho visto arrivare una signora con al guinzaglio un piccolo cane che, scorgendoci, aveva iniziato furiosamente ad abbaiare.

Non si sono mai stati simpatici i due pelosi. Quando anche solo ci captiamo in lontananza, cerchiamo sempre di evitarci. Lunedì non ce l’abbiamo fatta.

Non sto a dire come, cosa e perché? In un attimo mi sono trovata distesa, rovinosamente, per terra. Tonf! Secca la botta in testa.

Immediato il mio pensiero: “questa volta ci lascio le penne” e automatica la sensazione del sangue che usciva abbondantemente, dell’occhio che faticava ad aprirsi, di tutto quel vociare intorno.

Mi hanno portata in farmacia sotto casa (praticamente ad un passo da dove sono planata), mi hanno prestato i primi soccorsi. Hanno cercato di chiamare il mio medico curante, ma è lunedì. Al mattino non c’è in ambulatorio e il pomeriggio riceve solo su appuntamento.

Intanto è entrata una signora, l’hanno chiamata, si è avvicinata. Ha cominciato a ripulirmi. Io pensavo al mio cane che, nel frattempo, aveva appoggiato il suo musone sulla mia gamba sinistra e mi continuava a leccare disperato.

Ero frastornata. Parlavano di chiamare l’ambulanza. No, no, non volevo. Io volevo andare a casa. Mi sarei lavata e sicuramente sarei stata meglio. Invece la signora si è qualificata: era un’infermiera dell’ospedale, lavora in dialisi.

In dialisi? Oh, allora è arrivato il primo sollievo, un po’ di tranquillità. Sono là le persone che più mi sono care, quelle che mi hanno accolto nel momento più buio che una persona possa immaginare nella propria vita e che mi accolgono ancora, sempre, ora, nei momenti più difficili.

Loro hanno sempre saputo trovare il modo di tranquillizzarmi. Sono il mio punto fermo. Sono le “mie” infermiere. C’è il “mio” medico di fiducia assoluta. Sono “casa”.

E, così, pensandole, mi sono tranquillizzata anche in quel frangente. Intanto a sirene spiegate era arrivata l’ambulanza. Non sto a dire altro. Si sa cosa succede in questi casi: prima visita, primi accertamenti, comunicazione alla centrale operativa dei dati rilevati e poi nuovamente via, verso l’ospedale. Verso il Pronto soccorso. Codice giallo.

Già i codici. Ci penserò dopo. Non sentivo male. Solo la testa un po’ così… Appena arrivata ero un po’ impaurita. Meglio dire preoccupata. Non sono di Livorno. E mi trovavo qui da sola in quel momento.

L’infermiere non mi ha solo presa in carico, mi ha accolta

Mi ha accolta un infermiere. Sentivo la sua voce alle mie spalle, ma non potevo vederlo. Avevo un collare che mi impediva qualsiasi movimento. Una delle infermiere che erano con me in ambulanza mi ha spiegato che avrebbe fatto lei l’accettazione ed intanto quella voce mi si avvicinava.

Buongiorno signora. Io sono Daniele! Si era presentato! Ho avuto la sensazione, la certezza di essere caduta in buone mani. Se questa persona aveva pensato di presentarsi, significava che, comunque, mi avrebbe trattato da persona, mi “vedeva” ancora persona, anche se imbrattata di sangue, anche con la testa bucata.

Non ero quella del “trauma cranico con ferita lacero contusa a seguito di caduta”. Aveva coscienza che chiunque arrivasse là, in qualsiasi situazione, non è solo “un caso”. Era, restava Persona. E non mi ero sbagliata a pensare così.

È gentilissimo Daniele. Gentile ed attento. Mi ha rassicurata. Le paure se ne sono andate. Non mi ha solo presa in carico, mi ha accolta. Mi ha chiesto se avessi dei figli da avvertire, mi ha chiesto di mio marito.

Erano tutti lontani. Tranquilla. C’era lui, ci sarebbero stati loro. Non sarei mai stata sola. Mi ha aiutata a togliermi la giacca con attenzione. Nessun problema per la pressione salita. Era normale. È la paura che fa questi scherzi. Ho pensato che avesse ragione. Ho respirato.

Stia tranquilla. Se ha bisogno mi chiami in qualsiasi momento e sorrideva mentre me lo diceva. Quei sorrisi buoni che ti fanno pensare che non sia successo niente. Che sei in buone mani. Che non sei da sola. Che ti aiuteranno ad uscire da questo pasticcio.

Ed intanto aveva posizionato il mio lettino fra altri due, dove erano distese due persone anziane. Una aveva un braccio ingessato, l’altra si lamentava sottovoce. Daniele mi ha più volte ribadito il concetto di chiamarlo al bisogno.

PS: un continuo andare di barelle, di nomi, di infermieri mai fermi

Lui era là. Praticamente davanti a dove eravamo noi. Lo vedrò per un po’ andare avanti e indietro. Sempre gentile con tutti. E di “clienti” lunedì ce n’erano davvero tanti! Una processione.

Un continuo andare di barelle, di nomi chiamati, di parenti avvertiti, di infermieri mai fermi.

Pronto soccorso. Quante volte ho parlato e scritto delle sue problematiche andando ad intuito, sperando di prendere in considerazione nel migliore dei modi tutti gli aspetti organizzativi. Osservandolo sia da curato quanto da curante.

Bene, oggi potrò dire la mia con più cognizione di causa. Chissà, forse rafforzando le mie congetture, oppure, più semplicemente, demolendole.

Ho osservato. Avevo i tempi. Ho ascoltato. Avevo l’attenzione. Ho visto personale attivo. Mai fermo. E non perché girasse a vuoto.

Mi sono resa conto di quante ore fossero passate, perché qualcuno chiedeva l’ora. Non l’ho percepito il passare del tempo. Per lo meno non l’ho percepito come qualcosa di pesante. Forse perché sono stata sempre accudita.

Piccoli gesti che mi hanno permesso di non sentirmi mai persa, ma accolta, accudita. E non ho sofferto per essere stata tanto tempo senza un familiare accanto. C’erano loro. C’era l’infermiera Margherita, che mi rassicurava, mi diceva che non si erano dimenticati di me ogni volta che mi passava accanto, che sarebbero arrivati.

Ed intanto mi riprovava la pressione, mi ripuliva la testa e mi rasava una piccola zona di cuoio capelluto per poter poi “lavorarci” sopra. E mi sorrideva. Mi faceva parlare. Mi ascoltava. Allontanava la mia paura.

Ho riso di me. Mi immaginavo per terra con il mio cagnone zompato sopra che mi leccava tutta. Gliel’ho raccontato. Ho riso con loro. Ma l’ho fatto, perché mi hanno fatto sentire accolta. Perché era la loro assoluta, meravigliosa maniera di fare.

È impensabile che dieci persone possano fare per venti in un reparto dove l’urgenza è la normalità.

Non carichiamo queste persone di croci e critiche che davvero non meritano. Guardiamo, noi cittadini che stiamo bene, un po’ più in là e cominciamo a chiedere quello che sarebbe logico. Suggeriamo soluzioni. Partendo dalle nostre esperienze. Non limitiamoci a “contare le ore” passate ad aspettare. Chiediamoci cos’era quel tempo che passava. Chiediamoci il perché di quel tempo. E impariamo a dire grazie. Almeno qualche volta.

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Editorialista
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