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Triagista da 16 anni, adesso dico basta

di Redazione

Lavora in Pronto soccorso da 16 anni e per tutto questo tempo Guido ha sempre lavorato sodo, sostenuto il ritmo e gestito i pazienti in modo impeccabile. Ma adesso basta. Non ce la fa più e chiede di essere trasferito in un altro reparto. Ecco perché.

Dopo 16 anni voglio dire addio al Pronto soccorso

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Faccio triage da 16 anni, senza nessuna interruzione. E posso dire che le richieste di prestazioni in Pronto soccorso sono aumentate in maniera esponenziale negli ultimi dieci anni. Così come lo stress del triagista.

Raccontare quello che si prova è difficile, bisognerebbe essere presenti una giornata intera e farsi carico di tutto quello che avviene, per poter capire come si lavora in un Pronto soccorso. Fin dal primo momento, fin dalle consegne, si capisce subito che non si potranno assolvere completamente tutte le responsabilità che si hanno. Per forza, è impossibile. Ci manca il tempo materiale. Abbiamo un afflusso di 10/15 persone all’ora e di continuo. Le persone con i codici gialli andrebbero rivalutate ogni venti minuti e quelle con i codici verdi ogni ora. Ma nella realtà dei fatti questo non avviene mai. Non per negligenza, ma semplicemente perché non c’è il tempo per farlo. Il carico di lavoro è enorme.

Se non ci stai dentro, non te ne rendi conto

Il tempo di prendere le consegne e come voltiamo le spalle, oltre alle 30 persone in carico, ce ne sono già altre quattro o cinque all’accettazione. Come si fa? Personalmente credo di avere una resistenza enorme, difficilmente si arriva ad accumulare tutti questi anni in triage. Ma adesso dico basta, adesso è arrivato anche per me il momento di cambiare.

A tutto lo stress del continuo afflusso di persone, si aggiungono tanti altri fattori. Primo fra tutti la maleducazione della gente. Io comprendo benissimo che quando un paziente arriva in Pronto soccorso, nell’ignoranza del proprio sintomo, ha bisogno di essere rassicurato e di avere la certezza che ci sia qualcuno che si prenda cura di lui. Ma da qui a passare agli insulti e alle minacce personali, ce n’è! Ci sono colleghi che sono stati seguiti fino al parcheggio dai parenti dei pazienti e minacciati con frasi del tipo: Ah, adesso so qual è la tua macchina, stai attento!. Non si può vivere così. Personalmente, mi sono ripromesso che sporgerò querela contro chiunque oltrepasserà un certo limite.

Ti capita di seguire il nonnino che sta male e sentirti dire: Curate i vecchi e fate morire i giovani!. C’è un egoismo incredibile, cresciuto in dismisura negli ultimi anni. Anche per questo chiedo alla mia azienda di essere trasferito in un’altra unità operativa. Personalmente mi sento di poter dare ancora tanto, ma non qui. Riconosco di non riuscire più a fare il triagista come vorrei.

Il triage è un mosaico. Vanno valutati migliaia di aspetti, e anche il parente va preso in considerazione sulla clinica di quel paziente. Alla fine tutto va unito in un colore che indica la priorità

E questo è solo il front office, poi c’è il back office, dove ci sono i medici. E mi spiace dirlo, ma meno della metà dei medici comprende le difficoltà di un triagista. Ci sono colleghe che montano alle 13 e vanno in bagno per la prima volta alle 19-19,30. E tutti i giorni è così.

Pochi hanno la percezione di che cosa faccia realmente il triagista. Ci manca solo fare le diagnosi! Facciamo rilevazioni dei parametri vitali, emogasanalisi, elettrocardiogramma, somministrazioni di terapie, ossigeno, gestione del dolore. Tutto questo in triage. E poi c’è il telefono, ci sono le richieste di informazioni. C’è chi arriva e chiede dove è ricoverato un paziente, chi ti chiede di chiamargli un taxi, chi come si paga il parcheggio. Come se fossimo lì per dare informazioni e nel tempo libero refertassimo. E guai a non chiamare il taxi, si finisce subito al tribunale dei diritti del malato!

E credetemi, tutti viviamo questo stress quotidianamente. Per un triagista è difficile imboscarsi. Il nullafacente lo vedi subito e lo riprendi subito. In Pronto soccorso non ci si nasconde.

Ma io adesso non ce la faccio più. Vivere quotidianamente questo stress per giorni, mesi, anni, diventa insopportabile. È per tutto questo che adesso dico basta

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