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Conseguenze emorragia post partum tra clinica e assistenza

di Margherita Antonelli

Chi lavora in sala parto, di qualsiasi livello essa sia, affronta un’emorragia post partum (epp). Conosciamo tutti il clima che si instaura durante un’emergenza: concitato, agitato, confuso. Nell’emorragia post partum i tempi di intervento sono stretti, si parla di golden hour, più recentemente di golden minute, abbiamo protocolli da seguire, interventi da fare, ognuno è concentrato sul suo compito per risolvere il problema nel minor tempo, per arginare i possibili danni. Come è giusto che sia. Ma come deve essere “subire” un’emorragia post partum? Come vivono le donne e chi le accompagna questa esperienza?

Emorragia post-partum, il vissuto della donna

Le conseguenze dell'emorragia post parto sono di tipo clinico, ma toccano anche il vissuto psicologico della donna

Osservando uno scenario di emorragia post partum dal suo punto di vista, la donna percepisce l’urgenza e la preoccupazione; in tanti si precipitano attorno a lei, operatori mai visti che non riesce neanche ad identificare.

In tanti la toccano, la pungono, la bucano, a volte viene sedata o addormentata, aleggiano termini difficili da interpretare.

Il bambino viene allontanato e la stessa scena viene vissuta anche dal partner che le sta accanto: intuiscono solo cosa stia accadendo, capiscono quale tipo di complicanza stanno affrontando, ma gli interventi si susseguono per necessità senza troppe spiegazioni e senza il tempo di rielaborare o capire.

Questo è un esito del parto senz’altro traumatico, senz’altro non rispecchia le aspettative della coppia e senz’altro è la complicanza che da maggiormente e immediatamente la sensazione di gravità.

Il perdere sangue scatena un senso primordiale e universale di pericolo in ogni essere umano. Che impatto può avere in una donna un evento del genere? Possiamo fare qualcosa per migliorare il vissuto di un’emorragia post parto e le sue conseguenze?

Siamo diventati specializzati nell’affrontare l’emergenza, abbiamo tantissimi punti di riferimento in nostro aiuto, ma quel che succede dopo è meno preso in considerazione. Eppure, un’epp, specialmente se si tratta di emorragie maggiori che richiedono molti interventi o addirittura trasferimenti in reparti di osservazione intensiva, si riflette sulla salute della donna toccando diversi aspetti che vale la pena approfondire.

Conseguenze cliniche di un’emorragia post partum

Tralasciando il monitoraggio e gli interventi durante la fase di emergenza e nel post acuto, in cui la donna è sotto stretta osservazione, cosa raccomanda la letteratura nella gestione dell’epp una volta che la paziente è stabilizzata?

L’équipe che ha in carico la donna deve attuare un piano di assistenza che specifichi i successivi controlli dei parametri vitali, i follow up dei controlli ematici e la terapia (gestione dei liquidi e degli emocomponenti compresi). Per monitorare i parametri vitali sono raccomandati sistemi di preallarme come schemi di ews o meows chart.

La gestione nelle prime 24 h deve prevedere l’esame dei valori ematici di emoglobina ed ematocrito, coagulazione, elettroliti (Na e Ca), il controllo dell’involuzione uterina e del perineo e la valutazione delle perdite ematiche.

Il personale ostetrico deve essere in grado di valutare le perdite ematiche in puerperio per diagnosticare un’eventuale epp secondaria e riconoscere i parametri vitali suggestivi di ipovolemia o anemia grave che richiedono un’immediata valutazione da parte di un medico.

La donna dovrebbe essere istruita alla visualizzazione degli assorbenti per verificare tempestivamente una perdita abnormale e a riferire disturbi urinari (es. oliguria) o dolore perineale.

L’ipovolemia, se non corretta da un’equilibrata introduzione di liquidi, si manifesta con affaticamento, fiacchezza, crampi muscolari; se si aggrava progredisce con capogiri, letargia, lipotimia e, nei casi peggiori, ipotensione persistente fino allo shock ipovolemico.

I sintomi primari dell’anemia sono dispnea sotto sforzo e a riposo, vari gradi di affaticamento, palpitazioni, percezione di ronzii; l’anemia severa può aggravarsi in danni cardiaci, letargia, stato confusionale.

Altri sintomi riconducibili alla carenza di ferro sono stanchezza cronica, irritabilità, scarsa concentrazione, aumento dell’appetito, pallore, cefalea, frustrazione per la difficoltà di eseguire anche azioni quotidiane.

Sono tutti sintomi che rendono ulteriormente difficoltosi i primi giorni di puerperio, già provanti dalle fatiche del parto, l’avvio dell’allattamento e la gestione del neonato.

Le donne in queste condizioni dovrebbero essere trasferite nelle zone di degenza adibite all’osservazione intensiva (patologia ostetrica) e dovrebbe essere consentita l’assistenza h 24 dei parenti.

Qualora in reparto non fosse prevista una zona riservata alle pazienti ad alto rischio, si dovrebbe prediligere il trasferimento in una stanza il più adiacente possibile alla guardiola del personale. In caso di anemia è consigliata la valutazione di eventuali trasfusioni o la terapia marziale.

La somministrazione intravenosa di ferro ripristina più velocemente i valori sideremici, ma comporta minor compliance nelle pazienti. L’integrazione di ferro per os è maggiormente gradita ed economica e si ottengono gli stessi risultati a poche somministrazioni rispetto all’assunzione per via endovenosa.

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