Nurse24.it

Emergenza-Urgenza

Ipovolemico o cardiogeno, i vari tipi di shock

di Alessandro Valentino

Intraospedaliera

    Precedente Successivo

Lo shock è uno stato di ipoperfusione periferica, cioè di ridotta perfusione ematica e ridotto apporto di ossigeno ai tessuti con conseguente progressiva disfunzione e successiva morte cellulare. La diagnosi di shock è fondamentalmente clinica, con, in emergenza/urgenza, ausilio ecografico ed emogasanalitico e tesa a ricercare i segni obiettivi sfumati della ipoperfusione nella sua fase iniziale, quando con adeguata terapia è ancora possibile arrestare il processo etiopatogenetico che si è instaurato nell’organismo del paziente.

Come riconoscere i vari tipi di shock

La diagnosi di shock è solitamente semplice nelle sue fasi più avanzate, situazione nella quale sarà però difficile ottenere una buona risposta alla terapia, molto più complessa nei primi stadi.

Dal punto di vista fisiopatologico il momento fondamentale è rappresentato dal ridotto apporto ematico sistemico con inadeguato rilascio di ossigeno ai tessuti e conseguente viraggio da parte delle cellule dal metabolismo aerobio ad anaerobio con incrementata produzione di valenze acide, CO2 ed acido lattico in primis, fino a perdita della normale funzione e morte cellulare.

La ipoperfusione porta all’attivazione della cascata coagulativa e delle citochine, che, assieme al rilascio di mediatori pro infiammatori quali Tumor Necrosis factor e Nitrossido Sintetasi, causano il progressivo danno d’organo fino al drammatico quadro clinico di insufficienza multiorgano (MOF).

Il ridotto apporto di O2 ai tessuti provoca l’aumento della frequenza respiratoria, uno dei segni più precoci di shock; la ipoperfusione periferica causa una risposta adrenergica con vasocostrizione, aumento della frequenza cardiaca oltre che respiratoria, sudorazione algida per effetto sui recettori delle ghiandole sudoripare.

Inoltre ulteriore danno può essere dato dalla riperfusione di tessuti ischemici con immissione nel torrente circolatorio di sostanze dannose quali acidi, radicali, mediatori della flogosi.

La MOF colpisce più frequentemente polmone, rene, cuore, fegato ed apparato gastroenterico ed è solitamente sostenuta dalla ischemia sistemica unitamente al danno da riperfusione.

A livello polmonare si ha aumento della permeabilità delle membrane alveolari con quadro di ARDS, necrosi tubulare con insufficienza acuta a carico dei reni, aritmie e riduzione della gittata cardiaca, insufficienza epatica ed emorragie gastrointestinali.

Valutazione del paziente in shock

Al di là delle forme di shock che abbiamo analizzato, clinicamente risulta estremamente pratico ed utile ai fini terapeutici catalogare la ipoperfusione sistemica come dovuta ad un deficit di:

  • volume circolante
  • pompa cardiaca
  • frequenza cardiaca.

Nella valutazione di un paziente in shock è assolutamente necessario prendere in considerazione questi tre possibili deficit in questo preciso ordine per non rischiare di incorrere nel drammatico errore di intervenire sui meccanismi di compenso che l’organismo sta cercando di mettere in atto per contrastare il processo patologico instauratosi.

Per prima cosa bisognerà pensare ad un deficit di volume, reintegrando le perdite; poi ad un problema di pompa cardiaca, infondendo catecolamine; da ultimo il deficit della frequenza cardiaca, gestendo l’aritmia sottostante.

Ragionare in maniera opposta porterebbe a trattare la elevata frequenza cardiaca, compenso di un deficit acuto di volume o della riduzione della gittata cardiaca, a somministrare amine in presenza di un deficit di volume, peggiorando la vasocostrizione periferica.

Ritorna al sommario del dossier Emergenza Urgenza

Corsi ecm fad, residenziali per sanitari

Commento (0)