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aggressioni in ospedale

Violenza nei Pronto soccorso, sì ad aumento presidi

di Massimo Canorro

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Nel Lazio l’ultima aggressione, in ordine di tempo, è avvenuta all’ospedale San Camillo di Roma, dove i sanitari oggi parlano di liti e soprusi costanti. Ma il tema della violenza all’interno dei Pronto soccorso è di caratura nazionale. E i sindacati chiedono una serie di incontri per incrementare la sicurezza negli ospedali e ripristinare, dove possibile, i presidi interni fissi, che con il trascorrere del tempo sono stati chiusi. Per tutelare sia i sanitari sia i pazienti e familiari.

Aggressioni ai sanitari in ospedale, D'Amato: tema di ordine pubblico

Il problema della violenza ai danni del personale sanitario è a livello nazionale: aggressioni, liti, violenza sessuale.

Hanno costituito, per oltre mezzo secolo, un presidio di sicurezza che agli occhi di sanitari, pazienti e familiari appariva prezioso. Un baluardo che si riteneva fosse insostituibile. Ma la razionalizzazione delle risorse ha fatto ridurre, in modo sensibile, l’importanza dei posti di polizia negli ospedali: con sempre più frequenza gli agenti sono stati sostituiti dalle guardie giurate, benché sia rimasto a loro il compito di tornare insieme ai carabinieri nei casi di emergenza. Ma molte volte, come è successo lunedì scorso all’ospedale San Camillo di Roma, la loro assenza si è fatta sentire.

Il problema è a livello nazionale, ed oggi il titolo a notizie del genere è sempre e solo uno: escalation di aggressioni e minacce ai sanitari. Dal Lazio alla Liguria alla Campania, dalla Toscana alla Sicilia, sono ininterrotte le aggressioni ai danni di infermieri, Oss e medici, soprattutto nei Pronto soccorso. E poi liti, furti, anche molestie sessuali nei reparti. Una vera e propria piaga.

A questo proposito la Fnopi, in giugno, ha comunicato una serie di dati allarmanti: le aggressioni sul posto di lavoro colpiscono in media in un anno un terzo dei professionisti sanitari, il 33%, ovvero circa 130mila casi, con un “sommerso” non denunciato all’Inail di circa 125mila casi ogni dodici mesi. Con rilevanti conseguenze fisiche, psicologiche ed economiche. Dato che desta ulteriore apprensione: il 75% delle aggressioni riguarda donne.

E in concreto le istituzioni come rispondono? Restando nel Lazio, l’assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato, ha chiesto al prefetto Matteo Piantedosi un incontro per aumentare la sicurezza negli ospedali e ripristinare, dove possibile, i presidi interni fissi, che con il passare del tempo sono stati chiusi. Quindi D’Amato si è espresso sull’importanza di assumere provvedimenti di allontanamento, un “daspo urbano”, per i soggetti che in maniera reiterata compiono atti di violenza nei confronti del personale sanitario. Un argomento che ritorna ciclicamente a seguito di ogni assalto a un Pronto soccorso. E lo stesso D’Amato lo definisce un tema di ordine pubblico.

Certo, spesso l’intervento delle forze dell’ordine è collegato alle chiamate al 112 e alla suddivisione quotidiana del territorio fra carabinieri e polizia e carabinieri. Adesso, però, si attende una svolta tangibile. Anche perché in tutt’Italia ci sono ospedali dove invece il presidio è chiuso oppure aperto ma sulla base delle disponibilità di personale del commissariato di zona.

Nel corso degli anni più di un sindacato ha criticato la razionalizzazione degli uffici, che aveva condotto anche alla chiusura di alcuni commissariati periferici. Ma ora forse, con le aggressioni in corsia sempre più numerose, si sta per tornare indietro.

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