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Friuli Venezia Giulia, il caso dei protocolli del 118 contesi

di Redazione

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Protocolli nei servizi di emergenza-urgenza che danno autonomia agli infermieri, ma a che ai medici non piacciono affatto. Quello che sta succedendo in Friuli Venezia Giulia assomiglia molto alla polemica di qualche tempo fa a Bologna.

Braccio di ferro tra medici e infermieri sul 118

ambulanza

Al centro della lite i nuovi protocolli che danno maggiore autonomia agli infermieri

Prima fu Bologna, con il caso delle ambulanze senza medici, ora tocca al Friuli Venezia Giulia. Ecco la storia:

Negli ultimi anni – spiega il presidente dell’ordine degli infermieri di Pordenone Luciano Clarizia – un gruppo di studio regionale composto da infermieri e medici ha predisposto una serie di protocolli strutturati secondo le più recenti linee guida internazionali con lo scopo di delineare le competenze e l’operatività dei diversi componenti l’équipe sanitaria e per omogeneizzare gli interventi e i trattamenti sull’intero territorio regionale. Questi protocolli, che di fatto danno una maggiore autonomia agli infermieri del 118, attendono però il via libera dell’ordine dei medici.

Secondo gli infermieri, quanto da loro messo in atto da anni per i cittadini, è lecito. È lecito e legittimo – dice Clarizia - perché in linea con il loro status giuridico di professionisti sanitari e con le competenze previste dal loro profilo professionale; perché sostenuto dall’ordinamento giuridico nazionale ed europeo oltre che da linee guida internazionali e da specifici protocolli e perché non invasivo delle competenze, peraltro giuridicamente non definite, della figura medica.

Di tutt’altro avviso i medici, per i quali i protocolli invadono troppo il campo, in contrasto con il codice deontologico della professione medica. Il punto critico – spiega il presidente dell’ordine dei medici Claudio Pandullo - è se a tali protocolli debba essere attribuita una valenza diagnostico-terapeutica. Seguendo questo criterio, all’infermiere competerebbe solo l’applicazione del protocollo nella sua parte terapeutica: la scelta della terapia è però, ovviamente subordinata alla presenza delle competenze diagnostiche che ne stanno alla base. In tale caso per l’infermiere di configurerebbe il reato di esercizio abusivo della professione medica, a prescindere dall’effettiva capacità di esercitare tali atti terapeutici.

Ne deriva una situazione di stallo, con un braccio di ferro che sembra destinato a durare a lungo.

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Commenti (1)

Francescom

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45 commenti

Ognuno faccia il suo lavoro

#1

L unica affermazione corretta riguarda il fatto che le competenze mediche non sono stabilite per legge. Bene, che si stabilisca una volta per tutte chi fa cosa e ciascuno se ne prenda la responsabilità. Questi furtarelli di competenze edulcorati da semantica hanno scocciato. La cassazione ha più volte disegnato un confine che l iagnavia politica ha ignorato. Dal mio punto di vista gli infermieri che bramano competenze diagnostico prescrittive dovrebbero uscire allo scoperto, provare a far medicina e, se non ci riescono, mettersi il cuore in pace