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Evacuazione bimbi grotta Thailandia, un'analisi sui soccorsi

di Giacomo Sebastiano Canova

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Nel luglio del 2018 12 bambini rimasero bloccati in una grotta in Thailandia assieme al loro allenatore a seguito delle forti precipitazioni che ne impedirono l’uscita. Il loro salvataggio fece il giro del mondo e, nella corrispondenza del prestigioso New England Journal of Medicine, è stato recentemente pubblicato un contributo che descrive le interessanti modalità adottate dall’equipe sanitaria intervenuta. Il giorno successivo alle operazioni è stata effettuata una revisione dell’intervento stesso, la quale ha evidenziato come l’ipotermia e la scarsa coordinazione della squadra di salvataggio fossero due punti critici da affrontare per migliorare le tecniche di soccorso.

Bimbi intrappolati nella grotta in Thailandia: il piano di evacuazione

Una volta appresa la notizia dei bimbi intrappolati nella grotta, le squadre di soccorso si recarono tempestivamente sul luogo dell’evento, affrontando sin da subito le due criticità principali: l’imminente pioggia tipica dei monsoni e la progressiva riduzione dei livelli di ossigeno nella grotta.

Per questo motivo fu immediatamente sviluppato un piano per evacuare con urgenza tutti i pazienti. La metodologia di evacuazione prevedeva la somministrazione di ketamina come sedativo e, per il supporto dell’ossigenazione, l’impiego di una maschera full face attraverso la quale somministrare ossigeno all’80% a pressione positiva.

L’evacuazione e i primi soccorsi

Data la scarsità di tempo a disposizione, tutti i ragazzi sono stati evacuati dalla caverna indossando delle mute umide scarsamente adatte se utilizzate in acqua fredda. In questo modo, l’ospedale da campo allestito all’esterno della grotta ha ricevuto i primi quattro bambini (che non erano in questo momento ancora stati identificati), i quali erano stati sedati con ketamina dai sommozzatori prima dell’inizio del recupero.

A questo punto la maschera full face è stata sostituita con una maschera per la somministrazione di ossigeno ad alti flussi e sono stati posizionati sugli occhi dei bambini degli occhiali da sole, in modo tale da proteggerli. Sono state dunque rimosse con attenzione le mute e i bambini sono stati accuratamente asciugati e immobilizzati con presidi per la protezione del rachide.

Sono state poi utilizzate delle coperte per il riscaldamento passivo e la temperatura corporea dei pazienti (misurata in sede orale o ascellare) è stata monitorata in questa prima fase con un termometro a mercurio.

La problematica maggiormente riscontrata è stata difatti quella dell’ipotermia: il secondo ragazzo estratto aveva una temperatura corporea di 35.0°C nel momento in cui fu trasferito sull’elicottero per il trasporto dall’ospedale da campo all’ospedale di Chiangrai Prachanukroh; durante il volo, però, si manifestò un peggioramento dell’ipotermia, arrivando sino ai 34,8° C. Successivamente, la misurazione della temperatura interna è stata effettuata attraverso il monitoraggio della temperatura timpanica: tale misurazione veniva eseguita ogni 5 minuti sino al raggiungimento di 35,0°C per almeno quattro letture.

Oltre alla coperta e al monitoraggio, tutti i pazienti sono stati trattati con un bolo di 100 ml di soluzione fisiologica riscaldata allo 0,9%, seguito da un’infusione la cui velocità variava dai 150 ai 200 ml/h fino al raggiungimento della stabilità emodinamica. Per evitare il raffreddamento iatrogeno, infine, prima del trasferimento in ospedale tutte le infusioni sono state sostituite con altre altrettanto riscaldate.

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