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Pronto soccorso Orbassano: 48 infermieri chiedono trasferimento

di Massimo Canorro

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Rompe gli argini dell’emergenza il caso del professionista sanitario del Pronto soccorso dell’ospedale San Luigi di Orbassano condannato a 8 mesi di reclusione per omicidio colposo, accusato di non aver svolto in modo corretto il triage di un paziente. Il Nursind: Sono 48 i suoi colleghi pronti a chiedere il trasferimento in altri reparti. Costantemente sotto pressione, temono ora conseguenze legali.

Orbassano, la fuga degli infermieri dal Pronto soccorso

Dopo la sentenza di condanna a otto mesi di reclusione per omicidio colposo comminata a un infermiere 35enne dell’ospedale San Luigi di Orbassano (Torino), i suoi colleghi, pur non volendo entrare nel merito del lavoro della magistratura, hanno espresso pubblicamente vicinanza all’uomo. Veicolando un messaggio certamente “forte” ma che, soprattutto, deve far riflettere (e agire chi di dovere): Ecco come ci si ritrova a dover svolgere la funzione di triage registrando, mediamente, 85 persone ogni turno di lavoro.

A distanza di pochi giorni, al Pronto soccorso del San Luigi alle parole succedono i fatti: a seguito della condanna del collega, infatti, 48 infermieri vogliono chiedere il trasferimento in altri reparti. A renderlo noto è il Nursind che fa da megafono alle dichiarazioni degli stessi professionisti sanitari: Continuare a lavorare in Pronto soccorso a determinate condizioni è una missione suicida. Focus della rivolta non è la vicenda giudiziaria – Non vogliamo entrare nel merito del lavoro della magistratura che farà il suo corso nei differenti gradi di giudizio. Meno che mai, intendiamo mancare di rispetto a chi ha perso la vita, puntualizzano gli operatori –, bensì le sue (inevitabili) ripercussioni. Affermano Pietro e Gino Obert, gli avvocati dell’imputato: Ogni sentenza va rispettata ma questa non la condividiamo, in quanto rischia di mettere in discussione le regole dell’emergenza.

Stando alle accuse, l’infermiere non avrebbe valutato in modo corretto l’urgenza durante il triage. Il paziente di 63 anni, poi deceduto, era giunto in ospedale nel pomeriggio del 23 gennaio 2019 lamentando dolori inguinali. Gli era stato assegnato un codice verde e messo in attesa. I famigliari dell’uomo, con il figlio in testa (assistito dall’avvocato Alessandro Bellina, che ha presentato l’esposto da cui sono partite le indagini) hanno sostenuto in aula che al momento del triage infermieristico il 63enne aveva dichiarato di aver sofferto, in passato, di aneurisma. Il professionista sanitario di turno, invece, ha sempre ammesso il contrario, motivando che un dato di tale portata l’avrei immediatamente evidenziato.

Dopo sette ore di attesa – nel corso delle quali era stato sottoposto al prelievo del sangue – il paziente era peggiorato e poi morto. Il tribunale non ha creduto alla versione dell’infermiere. All’ospedale San Luigi quel giorno si era verificato un afflusso importante di pazienti. Non intendiamo entrate nel merito della vicenda giudiziaria né del dramma della famiglia – rimarca Luca Zanotti, infermiere presso il Pronto soccorso del San Luigi, rappresentante del Nursind – ma chiediamo di rivedere il sistema.

Anche perché, incalza, in questo momento il personale sanitario teme le conseguenze legali. E ancora: Chi svolge funzione di triage non riceve indennizzi. Il personale è sotto pressione costante, decimati tra nuovi contagi e sospensioni dei no vax, non c’è dubbio, e gli stessi colleghi dell’infermiere condannato non si danno pace: Poteva accadere a ciascuno di noi, ecco perché gli esprimiamo la nostra vicinanza. Noi siamo le vittime, non i colpevoli.

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