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Editoriale

Quando è l’emergenza sanitaria a chiedere aiuto

di Giacomo Sebastiano Canova

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L’emergenza sanitaria rappresenta spesso il biglietto da visita consegnato dal Sistema Sanitario Nazionale al cittadino, in quanto capita spesso che il primo contatto con il nostro sistema salute avvenga in una condizione di criticità che comporta una richiesta di assistenza. La risposta, però è sempre così all’altezza di questa delicata soluzione? Di certo c'è che servono professionisti che con la loro esperienza e professionalità siano in grado di rispondere tempestivamente ai bisogni di salute dell’utente, sia nel territorio sia all’interno dell’ospedale. In questo, serve senza alcun dubbio una maggiore uniformità quantomeno regionale, che sia comunque in grado di garantire alcuni ambiti ristretti di autonomia alle singole realtà locali.

Personale e servizi territoriali

È questo il primo punto critico del nostro sistema di emergenza. Ad oggi sono circa 2000 i medici in meno rispetto al necessario, per non parlare del personale infermieristico. E i numeri saranno destinati ad aumentare nei prossimi anni a causa di una scarsa programmazione degli accessi alle università, sproporzionati rispetto alle uscite dovute ai pensionamenti e al turn-over.

Questo comporta che il personale in turno spesso sia insufficiente per soddisfare le richieste dell’utenza e che si faccia carico di turni mensili con monte ore da paura.

A questo si aggiunge un flusso di pazienti che spesso si rivolge ai servizi di emergenza perché non trova risposta sul territorio o in altri ambiti dell’ospedale, anche quando dovrebbero essere proprio questi a risolvere la sua problematica.

Basti pensare che alcuni medici di base visitano esclusivamente su appuntamento (“Il mio medico mi ha detto di andare fra 5 giorni, ma io non posso aspettare” è una frase che si sente quotidianamente nei triage di Pronto soccorso) e visite specialistiche con tempi di attesa infiniti (si arriva anche ad un anno) fanno sì che l’utente si rivolga al Pronto soccorso per trovare quella risposta che nessun altro riesce a fornirgli.

Barelle bloccate

Una delle cose che può sembrare paradossale per chi scrive è il cosiddetto “blocco” della barella. Praticamente in alcuni ospedali il paziente giunto col 118 non viene spostato nella barella del reparto, ma resta in quella del servizio extraospedaliero durante tutto il percorso di Pronto soccorso.

Questo fatto rappresenta un problema di non poco conto in tutte quelle situazioni di iperafflusso, ovvero quando non sono più disponibili barelle per le ambulanze, le quali sono obbligate a rimanere in attesa non operativa anche delle ore fino a quando non se ne libera una.

Tutto ciò comporta che il territorio resti scoperto di mezzi di soccorso, con aumento dei tempi d’attesa dell’ambulanza e sovraccarico di lavoro per quei pochi mezzi fortunati che riescono a ottenere l’agognata barella.

Non è comprensibile come questa pratica, diffusa soprattutto al Sud, sia ancora in voga in molti Pronto soccorso. Come mai in alcune strutture il paziente come entra in Pronto Soccorso (anche nelle peggiori condizioni di sovraffollamento dello stesso) trova una barella ad aspettarlo, mentre in altre queste non sono presenti e non si è pensato a una gestione che possa liberare nel minor tempo possibile il mezzo di soccorso?

Tra appalti ed esternalizzazioni

Una delle risposte a costo ridotto del Sistema Sanitario alla carenza di servizi e personale è l’esternalizzazione degli stessi.

Invece di investire in concorsi che permettano di acquisire personale, formarlo e tenerselo ben stretto, spesso i servizi di emergenza (intra ed extraospedalieri) sono parzialmente o totalmente affidati ad enti esterni all’azienda ospedaliera.

Qui non si sta parlando di imprese di pulizie (che con tutto il dovuto rispetto rendono fruibili gli ambienti in cui si lavora svolgendo un lavoro eccellente), ma di migliaia di medici e infermieri che tramite cooperative o libera professione svolgono il lavoro che l’azienda non è in grado di fornire.

E il tutto, magari, con graduatorie attive in essere. Ecco quindi che il cittadino può trovare davanti a sé un professionista che in quell’ospedale ci lavora per poche ore al mese, o che arriva in turno dopo averne espletato un altro presso una struttura diversa, visitando il paziente con alle spalle magari già 20 ore di servizio.

Inoltre, il sistema di appalto è per natura costituito al ribasso, ovvero l’azienda sceglie il servizio che, a parità di condizioni richieste, offre il prezzo più conveniente. E questo si traduce spesso in un personale che viene pagato meno (ci sono in giro richieste di infermieri a 10€/ora per servizio in ambulanza, cifra percepita da numerose collaboratrici domestiche) e/o in mezzi di soccorso con equipaggiamenti scadenti quando non addirittura assenti.

In questo, non tutte le regioni hanno definito i requisiti che il personale esterno deve possedere per poter salire su un’ambulanza o svolgere turno in pronto soccorso, oppure talvolta tali requisiti sono insufficienti: ci si può trovare così ad essere soccorsi in alcune realtà da personale senza esperienza, magari appena laureatosi o con una formazione scadente se non assente.

La realtà italiana, in questo, è composta a macchia di leopardo: ogni regione (se non addirittura ciascuna singola azienda) costituisce il suo organico dell’emergenza: ci sono province in cui tutto il personale è strutturato mentre altre in cui quello interno è composto solamente dagli appartenenti alla Centrale Operativa del 118, con affidamento del soccorso sul territorio a realtà esterne.

Il volontariato (quello vero e quello falso)

Uno dei tasselli che compongono il puzzle del soccorso preospedaliero è il mondo del volontariato, composto da centinaia di associazioni che quotidianamente prestano soccorso e assistenza convenzionata col 118.

Il percorso per diventare volontario del soccorso non è uniforme in tutta Italia, ovvero ciascuna realtà si regola in base alle sue esigenze; solitamente, dopo la frequentazione di un corso teorico di due/tre mesi (con impegno di due sere a settimana), si passa all’affiancamento dell’aspirante soccorritore in ambulanza per un monte ore stabilito da regione a regione. Al termine di ciò, ricevuta la valutazione positiva di entrambi i percorsi (teorico e pratico), si diventa soccorritori.

Sia chiaro, il mondo del volontariato rappresenta una tessera molto importante sul territorio (basti pensare alle assistenze alle diverse manifestazioni quali tornei sportivi, sagre paesane, ecc.), ma la sua presenza nel mondo del soccorso non è comunque esente da criticità.

Di fatto sono pochi gli ambiti in cui il soccorritore può avere autonomia in un soccorso: ad esempio, non può somministrare nessun tipo di farmaco e questo diventa un punto a sfavore se si pensa che gran parte delle chiamate al 118 avvengono per sintomatologia dolorosa (traumatica o medica).

Se immaginiamo un territorio a macchia di leopardo, lo stesso paziente rischia di ricevere due trattamenti differenti a seconda del punto in cui chiama e qualche metro potrebbe fare la differenza tra ricevere analgesia in caso di frattura di femore oppure essere trasportato “a secco”.

Parlando sempre di volontariato, talvolta approfondendo ciò che avviene al suo interno si apre una sorta di vaso di Pandora, rinvenendo in alcune realtà dipendenti mascherati da volontari (pagati magari con rimborsi spese o in nero) oppure personale che, pur di lavorare, è costretto ad accettare situazioni 50/50 (ovvero 50% dei turni stipendiato e 50% da volontario).

Un ulteriore problema del mondo del volontariato è il tempo di riposo: quanti sono i volontari che salgono in macchina (di giorno o di notte) dopo il loro turno di lavoro abituale? Perché non potendo vivere di solo volontariato, è possibile che alcuni arrivino in turno direttamente da una giornata di lavoro, affrontando in questo modo la notte non con quella lucidità necessaria per prestare soccorso o per guidare un’ambulanza.

Infine, quando un paziente si rivolge al Pronto soccorso si trova come prima persona di fronte a lui un infermiere di triage, per poi essere destinato alla visita medica. Se questo avviene sempre in ambito intraospedaliero, in ambito extraospedaliero la valutazione effettuata dal soccorritore non è paragonabile a quella di un professionista e il supporto della centrale operativa (che non vede il paziente) può essere condizionato dalle informazioni recepite da questa tipologia di personale.

In questo processo, dunque, ben vengano i soccorritori, ma sempre affiancati da personale che possa garantire una valutazione più completa del paziente e che sappiano rispondere alle sue richieste di salute. In alcune realtà questo è ormai dato per assodato, mentre in altre ancora no.

Solamente alcune province in cui sono tutt’oggi presenti soccorritori che agiscono in autonomia (controllata ovviamente dalla Centrale Operativa) stanno intraprendendo in questi mesi un percorso di “professionalizzazione” del territorio extraospedaliero, inserendo in tutte le ambulanze di soccorso un infermiere con formazione ed esperienza.

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