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Operatore Socio Sanitario

Alexandra, dalla Moldavia all'Italia per cercare fortuna

di Paola Botte

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Un viaggio rappresenta per la maggior parte delle persone uno stop dalle attività quotidiane per dedicarsi ad un periodo di svago o di relax. Per altri, viaggiare vuol dire visitare luoghi mai visti e conoscere persone nuove. C'è però chi nel viaggio racchiude tutte le proprie speranze.

La storia di un'ex clandestina diventata coordinatrice OSS

C’è chi è costretto ad affrontare interminabili ore chiuso in un furgone o sopra un gommone, oltrepassare frontiere invalicabili, dare fondo alle proprie finanze per andare verso l'ignoto con la sola speranza di una vita migliore.

Questa è la storia di Alexandra, oggi felicemente OSS, con un percorso alle spalle difficile da raccontare senza versare inevitabilmente una lacrima.

La Moldavia non è certo un Paese facile. Lo è stato ancora meno negli anni passati, a causa della difficile situazione sociale, politica ed economica, della corruzione che ha coinvolto banche, importanti uomini d'affari e funzionari del governo, scaricando le perdite di una grossa operazione di riciclaggio sui contribuenti.

La Moldavia è anche un Paese dell'ex Unione Sovietica, dove all'interno vigeva il Partito Comunista, che imponeva regole e principi a cui nessuno poteva opporsi. Per chi come Alexandra, ha vissuto anni difficoltosi benché alternati da momenti felici, arrivare in Italia ha rappresentato davvero una grande svolta.

Anche io come molte famiglie italiane vivevo circondata dall'amore dei miei cari: i miei genitori, una sorella, mio marito e una bellissima bambina di nome Cassandra. Dopo la laurea in pedagogia, con un'istruzione rigida e severa, ho iniziato a lavorare come insegnante guadagnando uno stipendio tra i più alti del mio Paese, circa cento euro, racconta Alexandra.

La mia vita andava a gonfie vele, finché le cose con mio marito iniziarono ad andare male e scoprii che mi tradiva con un'altra donna, che nel frattempo era rimasta incinta. Da lì è iniziato per me un periodo di depressione. Improvvisamente mi sono ritrovata senza marito, da sola con una bambina di cinque anni, una sorella da mantenere agli studi, dei genitori anziani da accudire.

Nel frattempo una zia di Alexandra, che aveva avuto da poco il permesso di soggiorno in Italia, ritornò in Moldavia e convinse la ragazza a seguirla, offrendosi di pagarle il lungo viaggio. Un viaggio "illegale", costato circa tremila euro, probabilmente gestito dalla criminalità organizzata, a causa del blocco delle frontiere per contrastare lo sfruttamento della prostituzione.

Appena è arrivata alla frontiera con l'Italia, un posto di blocco scoprì il gruppo di clandestini insieme ai quali viaggiava Alexandra e tutti furono spediti in Austria. Al freddo, da sola, a digiuno e senza conoscere una parola di tedesco, la ragazza ha vissuto momenti di terrore rischiando di non farcela o finire nelle mani sbagliate.

Ricordo che mi trovavo alla stazione con cinquanta euro in tasca, tutto ciò che possedevo. Ero rimasta sconvolta del prezzo di una bottiglietta d'acqua, un euro, e così avevo deciso di farmela bastare il più a lungo possibile e di non spendere altri soldi, neanche per mangiare. Per tre giorni mi sono nutrita di cioccolatini, gentilmente offerti da una donna che aveva viaggiato con me.

Nonostante i problemi, grazie alla sua determinazione e a qualche incontro fortuito, è riuscita ad entrare in Italia ed evitare di essere rimpatriata in Moldavia.

A Brescia è iniziato il suo secondo viaggio, nel mondo dell'assistenza

Tralasciando i momenti in cui non trovava un'occupazione e quelli in cui ha dovuto rivolgersi alla Caritas per mangiare, il suo primo lavoro è stato quello di badante, dove affiancata da un'infermiera ha imparato il mestiere e si è distinta subito per le sue capacità.

Poi la sofferenza che aveva alle spalle, l'esperienza di vita e la grande sensibilità le hanno permesso di trovare sempre lavoro a domicilio e mettere dei soldi da parte da destinare periodicamente alla figlia e al resto della sua famiglia, che erano rimasti in Moldavia.

I giorni in cui andavo alla Caritas erano interminabili. Mi sentivo umiliata, degradata. Camminavo a testa bassa e non potevo fare altro che fare il paragone tra il ruolo che ricoprivo in Moldavia dove ero rispettata, essendo un'insegnante e qui, dove ero costretta a chiedere la carità.

I primi quattro anni di lavoro non ho speso un soldo per me. Non ho mangiato un gelato, una pizza. Non conoscevo la parola svago. Esisteva solo il lavoro. Il mio obiettivo era quello di mantenere mia figlia e comprare casa nel mio Paese per poi ritornarci a vivere. Purtroppo non avevo fatto i conti con il mercato immobiliare che aveva fatto crescere i costi delle case, facendo sì che i miei risparmi non fossero mai abbastanza, se non negli ultimi anni. Avere una casa era senz'altro un importante traguardo, ma il sogno più grande prevedeva la possibilità di rivedere e abbracciare Cassandra.

I giorni e le notti però trascorrevano tutti uguali, con una foto di Cassandra, magari aggiornata, nel portafogli e una chiamata ogni tanto, senza webcam, vista l'assenza di connessione ad internet nel suo Paese, per scambiarsi parole che col passare degli anni si facevano sempre più distanti.

Ci sono voluti sette anni e la fortuna di incontrare un datore di lavoro disposto a tutto per ridarle una nuova vita. L'anziana cliente di Alexandra, che l'aveva accolta come una figlia, aveva deciso infatti di regolarizzarne la posizione contributiva permettendole di ottenere il permesso di soggiorno e di fare arrivare in Italia anche la figlia.

Tra le numerose ore di lavoro e una figlia ritrovata, sebbene ormai adolescente, ho deciso di frequentare il corso di Operatore Socio Sanitario, sperando che questo potesse aprirmi altre porte e garantirmi una professione. E fortunatamente è andata proprio così. Grazie ad una cooperativa sono passata dall'assistenza domiciliare al lavoro in una residenza sanitaria, dove lavoravo anche 280 ore al mese. A volte arrivavo a guadagnare duemila euro al mese, ma si sudava tanto, non avevo un giorno libero e ancora una volta non riuscivo a godere della presenza di mia figlia.

Solo negli ultimi anni, grazie al nuovo lavoro in una struttura sanitaria di recente inaugurazione e alla presenza dei mie genitori che mi danno una mano con mia figlia sono riuscita a rallentare il ritmo. Questo si può dire che è il periodo più sereno dopo tanti anni: mia figlia frequenta la scuola professionale e vive con me, io, dopo avere ottenuto un contratto a tempo indeterminato sono stata nominata, con grande soddisfazione, responsabile e coordinatrice del personale socio sanitario e faccio un lavoro che amo, con passione e determinazione.

Alexandra spera che sua figlia segua la sua strada, continuando a studiare e occupandosi delle persone più disagiate o con problemi di salute, anche se ciò che veramente conta per lei è vederla crescere felice in un mondo libero.

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