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COVID-19

Cura con plasma convalescente, ancora troppe poche evidenze

di Daniela Berardinelli

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati diversi studi riguardo l’utilizzo di plasma convalescente, ovvero di pazienti “guariti”, nel trattamento di persone affette da COVID-19. Il plasma convalescente contiene degli anticorpi neutralizzanti patogeno-specifici che possono neutralizzare le particelle virali infettive ed il trattamento con questo o immunoglobuline iperimmuni conferisce al ricevente un’immunità di tipo passivo. Al 19 maggio 2020 i casi di COVID-19 confermati dall’OMS erano 4.735.622, i morti 316.289 ed i paesi implicati nella pandemia 216. Sebbene ci siano delle somiglianze con le precedenti epidemie coronavirus correlate come la Severe Acute Respiratory Syndrome (SARS) e la Middle East Respiratory Syndrome (MERS), la pandemia da COVID-19 ha avuto un impatto sul sistema sanitario mondiale senza precedenti.

Principali caratteristiche dell’infezione da SARS-CoV-2

Il periodo medio di incubazione del SARS-CoV-2 è di 5 giorni, con il 97,5% dei casi che sviluppa sintomi entro 11,5 giorni. I sintomi più comuni sono febbre, tosse secca, stanchezza e produzione di espettorato.

I sintomi meno comuni riscontrati: mancanza di fiato, gola infiammata, mal di testa, mialgia, artralgia, brividi, nausea e vomito, congestione nasale, diarrea, emottisi e congestione congiuntivale.

Fra i casi riportati in letteratura, circa l’80% sviluppa una sintomatologia lieve o asintomatica nel corso dell’infezione e il 5% afferisce nelle terapie intensive con una sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), shock settico e/o insufficienza multi organo.

I fattori di rischio per lo sviluppo dell’infezione sono dati dall’età (gli anziani sopra gli 80 anni hanno un rischio aumentato), dalla presenza di patologie cardiovascolari, obesità, ipertensione, diabete, patologie polmonari croniche, tumori e stato immunologico compromesso.

Trattamenti per l’infezione da SARS-CoV-2

I principali trattamenti terapeutici utilizzati fino ad ora sono stati generalmente di supporto, dal momento che ancora non si dispone di un vaccino. L’utilizzo del plasma convalescente e delle immunoglobuline iperimmuni è già stato esperito in passato per il trattamento di alcune patologie per le quali non si aveva un vaccino o farmaci specifici.

Il plasma convalescente è risultato precedentemente essere efficace contro la difterite, la polmonite pneumococcica, l’epatite A e l’epatite B, la parotite, la poliomielite, il morbillo e la rabbia.

Una pregressa revisione sistematica aveva dimostrato, nonostante la presenza di studi piccoli e di non ottimale qualità, l’efficacia del plasma convalescente contro l’influenza e la SARS, nella riduzione della mortalità e della durata della degenza ospedaliera. Quest’ultima diminuiva quanto prima avveniva la somministrazione. Tuttavia, ad oggi, la tempistica e il dosaggio ottimali di plasma convalescente non sono ancora noti.

Nonostante l’utilizzo del plasma convalescente venga considerato una terapia sufficientemente sicura e ben tollerata dai pazienti, possono incorrere degli effetti collaterali. Al momento disponiamo di informazioni limitate ma i sintomi che vengono riportati, da studi effettuati in passato, sono simili a quelli evidenziati con altri emocomponenti, quali febbre, tremori, reazioni allergiche e danno polmonare acuto correlato a trasfusione (TRALI).

Efficacia del plasma convalescente nel COVID 19

Una recente revisione sistematica della Cochrane Collaboration ha esplorato l’efficacia della terapia con plasma convalescente nei pazienti COVID-19. In questa revisione sono stati inclusi 8 studi, tra cui sette case series e uno studio prospettico, per un totale di 32 partecipanti.

Attualmente non si dispone di studi completi riguardo l’utilizzo di immunoglobuline iperimmuni. Sono invece ad oggi in corso 47 studi sull’utilizzo di plasma convalescente e uno sulle immunoglobuline iperimmuni. Tra questi 47 studi +, 22 sul plasma convalescente sono RCT.

Da questa revisione emerge che post trattamento con plasma convalescente tutti i pazienti arruolati negli studi erano vivi, anche a termine del follow up (che variava dai 3 ai 37 giorni). L’effetto del plasma convalescente nel miglioramento delle condizioni cliniche è stato osservato in tutti gli studi inclusi nella revisione sistematica con un netto miglioramento nella capacità respiratoria dei pazienti, che si è tradotta nello svezzamento dal supporto ventilatorio o nella riduzione dei flussi di ossigeno erogati.

La dimissione dei pazienti post somministrazione di plasma convalescente variava dai 4 ai 35 giorni. La maggior parte dei pazienti inclusi negli studi selezionati è stata trasferita dalle terapie intensive in reparti a minor intensità o non richiedeva più supporto ventilatorio al follow up.

Sicurezza della trasfusione

Sei studi, analizzati nella revisione sistematica Cochrane, hanno riportato la presenza o assenza di effetti collaterali correlati alla trasfusione di plasma convalescente. Un case study ha evidenziato la presenza di febbre (38,9 °C) post trasfusione plasmatica.

Un paziente (su uno studio che ne includeva 3) ha avuto una severa reazione anafilattica dopo la somministrazione di 30 ml di plasma. Non si sono, invece, verificati importanti eventi avversi in sei studi (su 24 partecipanti).

Esiti positivi

Un’altra revisione sistematica ha sottolineato la variabilità del dosaggio di plasma convalescente che nei singoli studi presi in considerazione variava da una singola somministrazione di 200 ml ad un massimo di 2400 ml.

In questa revisione, dopo la somministrazione del plasma convalescente, la quasi totalità dei pazienti mostrava miglioramenti della sintomatologia, tra cui normalizzazione della temperatura, riduzione delle lesioni polmonari, risolvimento dei quadri di ARDS, svezzamento dalla ventilazione a partire da 1 giorno fino a 35 post trasfusione.

Oltre alla terapia trasfusionale i pazienti inclusi in questi studi erano sottoposti ad almeno una terapia antivirale, antibatterica e antifunginea. Per questo motivo ambedue le revisioni sistematiche sono concordi nel non poter attribuire l’alta percentuale di sopravvivenza all’esclusivo trattamento con plasma convalescente ma al possibile effetto combinato e sinergico di più terapie (terapie antivirali, antifungine, antibatteriche, corticosteroidee, idrossiclorochina, supporto respiratorio, ossigenazione extracorporea a membrana, ventilazione meccanica e ossigeno). Si rendono quindi necessari ulteriori studi su campioni numericamente più consistenti per accertare l’efficacia di tale terapia.

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