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Specializzazioni Infermieristiche

Dialisi, l'infermiere tra tecnologia e competenze relazionali

di Alba Tavolaro

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La responsabilità del professionista in dialisi non si limita alla gestione tecnologica del cosiddetto Rene Artificiale, ma riguarda l’area educativa, l’empowerment della persona che ha bisogno di mantenere la miglior qualità di vita possibile nella convivenza con la patologia.

Infermiere in dialisi

Patologia renale e dialisi, la situazione in Italia

La prevalenza della Malattia Renale Cronica in Italia risulta essere del 7,5% negli uomini e del 6,5% nelle donne. Il dato è destinato ad aumentare a causa dell’invecchiamento della popolazione e della sempre più crescente presenza di comorbilità nella stessa persona.

Ciò significa che circa 2,2 milioni di italiani sono affetti da Insufficienza Renale Cronica (IRC). Di questi si stima che circa 42.000 sono in trattamento dialitico.

Rispetto ad altre patologie croniche come il diabete o l’ipertensione i numeri sembrerebbero contenuti, ma i costi sanitari dell’IRC, dei trattamenti dialitici e del trapianto di rene sono molto elevati.

La gestione del trattamento sostitutivo richiede personale infermieristico con competenze specialistiche avanzate, che vanno dalla elevata complessità tecnica all’educazione terapeutica e alle abilità psico-relazionali molto difficili da gestire nel paziente cronico.

Le aree specifiche di competenza vanno dalla degenza agli ambulatori nefrologici, che gestiscono i vari stadi dell’insufficienza renale, fino alla fase terminale - il trattamento sostitutivo - alla fase pre-post trapianto renale, alla gestione del trattamento dialitico sia domiciliare che ospedaliero.

L'Infermiere in dialisi

L’infermieristica nefrologica, come molti amano definirla, rientra nel dibattito attualmente in corso sulla definizione delle competenze avanzate specialistiche dell’infermiere. I percorsi formativi dell’infermiere che lavora in ambito nefrologico sono molto eterogenei a livello nazionale: si va dai master universitari - che però non rappresentano un requisito indispensabile per lavorare in dialisi - alla formazione sul campo, che rappresenta il percorso formativo più comune.

In dialisi, accanto all’approccio con la tecnologia estremamente avanzata, che da una parte facilita le procedure di gestione del trattamento emodialitico, dall’altra richiede un percorso formativo specifico e accurato in continua evoluzione, vi è la complessità dell’assistenza alla persona affetta da malattia renale cronica che sviluppa verso il trattamento dialitico e verso coloro che lo gestiscono una forte dipendenza. Spesso si innescano dinamiche relazionali i cui confini terapeutici sono molto labili e si spostano continuamente.

La responsabilità del professionista in dialisi non si limita alla gestione tecnologica del cosiddetto Rene Artificiale - che pur rappresenta l’aspetto predominante - ma riguarda l’area educativa, l’empowerment della persona che non ha come prospettiva futura la guarigione dalla malattia, ma il preservare una buona qualità della vita convivendo con la patologia cronica.

La migliore delle ipotesi contempla il trapianto renale, ma molto spesso la dialisi rappresenta la “compagna” di vita di molti ammalati. Non è raro ascoltare pazienti che quando parlano della loro malattia, non dicono “sono affetto da insufficienza renale”, ma “faccio la dialisi” come se quest’ultima non fosse più la cura, ma la malattia stessa.

Le esperienze quotidiane del lavoro in dialisi vedono l’instaurarsi di rapporti relazionali molto profondi e duraturi fra l’infermiere e i pazienti, poiché la relazione non si limita al periodo di ricovero o alla prestazione finalizzata alla cura, ma può durare molti anni.

Questo l’aspetto che nel tempo “pesa” di più se non si sviluppano competenze psico-relazionali che consentono alla relazione di restare nello spazio terapeutico.

Come ben descritto da Erica Eugeni ne “L’infermiere in emodialisi tra tecnologie mediche, presa in carico e burn-out”, la persona in dialisi è in una posizione di “stallo”, poiché non guarirà e il suo benessere è limitato alla frequenza delle sedute e alla riuscita del trattamento sostitutivo.

Non è raro che quando un ammalato muore molti infermieri partecipino al suo funerale, così come si fa per un “amico”. Può accadere che le relazioni tra infermieri e ammalati, soprattutto più giovani, si estendano anche fuori dai contesti di cura e questo è estremamente rischioso, ma difficile da gestire e da evitare; durante la seduta l’infermiere non si occupa solo in maniera routinaria dell’apparecchiatura, ma entra nella sfera più intima della persona, la quale si confida, cerca una relazione, approfondisce.

L’apparecchiatura alla quale il malato è “attaccato” lo costringe in uno spazio confinato, in una posizione obbligata a causa dei possibili allarmi della “macchina” ed egli sente la necessità di “appropriarsi” di questo spazio e di tutto ciò che esso contiene, poiché risponde alla sua dipendenza dal trattamento e da chi lo gestisce.

Spesso si creano tensioni tra operatori e malati solo perché questi ultimi non vogliono cambiare postazione o apparecchiatura come fosse un “capriccio”, ma in realtà si cela un disagio estremamente profondo che risiede nella capacità o meno di gestire la dipendenza e la frustrazione di vedere la propria vita “attaccata” ad una “macchina”.

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