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Patologia

Insufficienza renale cronica, i numeri e i costi pubblici

di Alba Tavolaro

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L’Insufficienza renale cronica (Irc) è una patologia altamente impattante sulla sanità pubblica, sia in termini di numero di persone colpite sia in termini di costi di gestione. Nella gestione di questo problema prioritario di salute l'infermiere deve essere riconosciuto come professionista esperto in grado di partecipare ai tavoli di discussione con le altre discipline sanitarie a vari livelli, sia clinici che gestionali.

Insufficienza renale cronica, i costi della spesa pubblica

La spesa per l'insufficienza renale cronica in Italia ammonta a circa 2,5 milioni di euro l'anno

Da molti anni si assiste ad un lento, ma costante aumento del numero di persone affette da insufficienza renale cronica (IRC) con il conseguente ricorso alla terapia sostitutiva rappresentata dalla dialisi nelle sue due principali metodiche: emodialisi e dialisi peritoneale.

Un trattamento, la dialisi, che garantisce la sopravvivenza delle persone con IRC, ma che ha anche come obiettivo la salvaguardia della qualità della vita di chi è in attesa di trapianto renale e di chi, invece, dovrà convivere con la dialisi per il resto dei suoi giorni.

Nell’ultimo decennio, parallelamente agli studi di prevalenza dell’IRC - che hanno dimostrato il trend in crescita della malattia - vengono condotte con sempre maggiore interesse indagini economiche relative ai costi della malattia renale cronica, visto che rappresenta una considerevole spesa a carico del Sistema Sanitario Nazionale (Ssn) in un momento storico in cui la crisi incide pesantemente sull’economia nazionale.

Nel periodo 2007-2012 più del 13% degli adulti negli Stati Uniti (ben oltre 20 milioni di persone) risulta affetto da IRC nei suoi vari stadi di gravità. È stato stimato che nel 2030 la percentuale salirà al 17%. In Italia, ne soffrono circa 5 milioni di persone.

Vari studi epidemiologici evidenziano che un adulto su dieci ha l’IRC (oltre 500 milioni di persone nel mondo), dato destinato ad aumentare parallelamente all’aumento dell’incidenza dei principali fattori di rischio, come il diabete, ipertensione e le malattie cardiovascolari, anche se con diversa distribuzione nei vari Paesi.

Oltre 2 milioni di persone nel mondo sono in trattamento dialitico, di cui circa l’89% in emodialisi e l’11% in dialisi peritoneale. Da questi dati si evince che la spesa sanitaria dell’IRC e soprattutto dei trattamenti dialitici è considerevole.

Sono molte le pubblicazioni che negli ultimi tempi si sono interessate degli aspetti economici connessi alla dialisi, sia in Italia che all’estero; le principali società scientifiche, come la Società Italiana di Nefrologia, quelle internazionali, ma anche la stampa generalista mostrano sempre maggiore interesse al tema.

Nonostante sia piuttosto difficoltoso fare una stima della spesa complessiva dei trattamenti dialitici, il dato emerso dalla letteratura è che la singola prestazione emodialitica ha un costo diretto che si aggira intorno ai 280 €, mentre la prestazione di dialisi peritoneale ha un costo diretto di circa 83 €. Ciò significa che ogni anno si spendono circa 43.800 € per paziente in emodialisi e 29.800 € per paziente in dialisi peritoneale.

A questa spesa devono essere aggiunti i costi indiretti, che portano i valori di cui sopra ad un totale stimabile in circa 52.800 € per paziente in dialisi all’anno.

È assolutamente indispensabile attuare strategie volte alla ottimizzazione e al controllo della spesa, come per esempio ritardare la progressione della malattia nei vari stadi, incentivare la dialisi domiciliare, che ridurrebbe drasticamente i costi, incidendo in misura minore sulla qualità della vita e, al contempo, mantenendo l’efficacia del trattamento dialitico.

È pur vero che è auspicabile attuare piani di miglioramento a monte, basati sulla prevenzione, sia primaria che secondaria. La sensazione è che infatti, almeno nel nostro Paese, vi sia una scarsa consapevolezza del peso economico e sociale dell’IRC e questo non fa che aggravare il fenomeno del cosiddetto late referral, ovvero quando il paziente giunge all’attenzione del nefrologo con un danno renale così avanzato che non resta altro che prepararlo alla terapia sostituiva.

I percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (PDTA) per l’IRC sono eterogenei ed ancora in fase di elaborazione a fronte di percorsi già da tempo definiti per le altre patologie croniche.

A questo si aggiunge un retaggio culturale non del tutto superato, che vede lo specialista non completamente integrato nelle cure primarie.

Senza dubbio la cronicità sarà “l’emergenza” sanitaria dei prossimi anni a venire, per questo è assolutamente prioritario implementare modelli organizzativi e assistenziali volti alla prevenzione e alla gestione delle malattie croniche compresa l’Insufficienza Renale.

Parlare di prevenzione dell’IRC è piuttosto complesso; si tratta di una patologia silenziosa, i sintomi si manifestano tardivamente quando ormai gli stadi della malattia sono avanzati.

Attualmente non sono stati identificate metodologie di screening per la popolazione a rischio in maniera sistematica e a tappeto, benché si tratti di indagini di laboratorio semplici e poco costose.

La continuità assistenziale ospedale-territorio, d’altro canto, in molte realtà è ostacolata dalle scarse risorse sia umane che economiche.

In questo scenario l’infermiere deve appropriarsi nuovamente della sua specifica competenza in materia di promozione della salute e prevenzione sia nel proprio spazio di autonomia che in integrazione con le altre discipline.

Ruolo che non può essere affidato solo all’infermiere esperto in nefrologia e dialisi e che piuttosto può svolgere la sua attività di consulente. Dal canto suo quest’ultimo è molto spesso “isolato” all’interno di un contesto estremamente tecnico e poco propenso ad uscirne.

Tuttavia, benché molto si è fatto e detto, non è ancora definitivamente concluso il processo culturale che allontani l’immagine dell’infermiere da ruoli prettamente tecnici, legati cioè alle azioni alcune delle quali per altro delegabili e che veda l’infermiere nella sua dimensione intellettuale e decisionale.

L’azione di promozione e prevenzione delle malattie croniche - compresa l’IRC - auspicata dalle politiche sanitarie nazionali ed internazionali deve considerare finalmente l’infermiere come un professionista esperto in questo senso, che è in grado e deve partecipare ai tavoli di discussione con le altre discipline sanitarie a vari livelli, sia clinici che gestionali.

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