Nurse24.it

risorse infermieri

Aggressione agli infermieri, ecco come comportarsi

di Muzio Stornelli

    Precedente Successivo

Gli operatori sanitari corrono quotidianamente il rischio di subire violenze sul posto di lavoro. Consuetudine. Ecco cosa sta diventando, una consuetudine. Il suddetto rischio, come se non bastasse, è più elevato rispetto ad altri lavori dove è parimenti fondamentale il contatto diretto con l’utenza.

Violenza ai danni dei sanitari, fenomeno in aumento

Un sinonimo di consuetudine potrebbe essere: fenomeno in aumento. Il fenomeno delle aggressioni al personale sanitario è in aumento. Lo conferma la letteratura, la quale evidenzia però che non sempre tali eventi sentinella (evento avverso di particolare gravità che merita l’individuazione e implementazione di adeguate misure correttive) vengono segnalati: le cause di tali “omissioni” sono riconducibili spesso alla convinzione che le manifestazioni di violenza dei pazienti o dei familiari rientrino nell’ordinario.

Eppure il Ministero della Salute nel 2007 ha pubblicato una raccomandazione al riguardo (n.8) nella quale si incoraggiava l’adozione di iniziative e programmi volti a prevenire gli atti di violenza e/o attenuarne le conseguenze negative attraverso opportune iniziative di protezione e prevenzione.

Senza dubbio la parola protezione disegna uno scenario all’interno del quale operano le forze dell’ordine, operatori addetti alla sicurezza, servizi di videosorveglianza.

La parola prevenzione, al contrario, ci proietta in una dimensione nella quale il vero protagonista è proprio l’infermiere, il quale deve essere in grado di mettere in campo strategie utili a proteggere sé stesso e i colleghi da possibili comportamenti aggressivi. La prevenzione, tuttavia, deve presupporre una certa conoscenza di azioni o atteggiamenti tendenti alla esacerbazione di atti di violenza.

Luck e collaboratori (2007) nel loro studio propongono l’osservazione di comportamenti facilmente identificabili, che indichino un potenziale atteggiamento ostile ed aggressivo. A tale escalation hanno dato un acronimo, STAMP: sguardo fisso, tono di voce, ansia, borbottio, camminare avanti e indietro.

Tale conoscenza si raggiunge giocoforza attraverso la formazione: attività da realizzarsi con il contributo di esperti in grado di trasferire agli operatori le giuste modalità, non solo osservazionali, ma anche comunicativo-comportamentali (grazie alle quali far fronte ad una possibile degenerazione in atto di violenza).

Come prevenire atti violenti?

La parola chiave è atteggiamento. Non rispondere in egual maniera, ma affrontare il tutto in modo pacato, assecondando la persona, utilizzando un tono di voce basso, fermo, comprensibile ed allo stesso tempo deciso.

Un approccio favorevole è dato dalla comprensione di ciò che disturba il paziente o il familiare; stabilire una relazione incentrata sul dialogo (semplice, facilmente comprensibile e con frasi brevi), accostandosi con atteggiamento rilassato e tranquillo, mani aperte e ben visibili, evitando di incrociare le braccia e le gambe.

Avere controllo emotivo e attenzione verso i problemi del soggetto, accettarlo senza approvare il comportamento, ma mai rinforzare il senso di colpa, permettendogli di esprimersi verbalmente. Allo stesso tempo non è opportuno il semplice assecondamento dei desideri o delle rivendicazioni del paziente, altrimenti correremo il rischio di generare un rinforzo gratificante dell’atteggiamento violento o minaccioso.

Attraverso la prossemica stabilire delle “distanze di sicurezza”, entro le quali seguire lo sguardo della persona. Posizionarsi al suo fianco con asse di circa 30°, poiché la superficie esposta a colpi in questo caso è minore e garantisce maggiore disponibilità al dialogo.

Di fronte ad una perdita totale di controllo da parte del nostro “aggressore”, la razionalità lascia il posto al contenimento, alla fuga ed alla autoprotezione.

Cosa fare se si subisce un’aggressione

Le nostre raccomandazioni non sono servite: abbiamo subito una violenza. Infortunio sul lavoro: evento sentinella. Qual è la procedura da seguire?

In caso di infortunio, il lavoratore deve immediatamente avvisare o far avvisare il proprio datore di lavoro. La segnalazione dell’infortunio deve essere fatta anche nel caso di lesioni di lieve entità.

Questo aspetto è molto rilevante, soprattutto da un punto di vista giuridico, poiché l’art. 52 del DPR n. 1124/1965 e s.m.i. obbliga colui che subisce un infortunio a darne immediata comunicazione al datore di lavoro. Non ottemperando a tale obbligo e nel caso in cui il datore di lavoro non abbia comunque provveduto all’inoltro della denuncia/comunicazione nei termini di legge, l’infortunato perde il diritto all’indennità di temporanea per i giorni ad esso antecedenti.

In base alla gravità dell’infortunio, il lavoratore può:

  • rivolgersi al medico dell’azienda, se è presente nel luogo del lavoro;
  • recarsi o farsi accompagnare al Pronto soccorso (ove sia assente, recarsi al presidio ospedaliero più vicino);
  • rivolgersi al proprio medico curante.

In ogni caso occorre spiegare al medico come e dove è avvenuto l’infortunio. Qualunque medico presti la prima assistenza ad un lavoratore infortunato sul lavoro è obbligato a rilasciare il certificato medico nel quale sono indicati la diagnosi e il numero dei giorni di inabilità temporanea assoluta al lavoro e trasmetterlo esclusivamente per via telematica all’istituto assicuratore (INAIL).

Prima della scadenza dei giorni di infortunio, l’operatore sarà invitato a sottoporsi a visita medico-legale per accertare lo stato di salute con eventuale continuazione dell’infortunio attraverso un certificato medico da consegnare al datore di lavoro, ovvero con la chiusura del procedimento e successiva ripresa del lavoro.

Il libero professionista, invece, in caso di infortunio inferiore ai 30 giorni riceve l’indennizzo da parte della propria assicurazione; se superiore a 30 giorni la copertura sarà a completo carico dell’ENPAPI, attraverso la segnalazione nell’area riservata del sito alla fine del periodo di temporanea.

L’iter “infortunio sul lavoro da violenza subita” sarà seguito anche dalle forze dell’ordine, le quali redigeranno un verbale, seguito da un’eventuale inchiesta con possibile denuncia nei confronti dell’aggressore.

Uno studio svolto in Ontario ha fatto emergere come gli infermieri non siano favorevoli a reagire ad un comportamento violento con la forza fisica, ma ritengono comunque utile svolgere un corso di auto-difesa al fine di ridurre la violenza sul posto di lavoro (Conseil International des Infirmières, 2007).

Ritorna al sommario del dossier Responsabilità Professionale

NurseReporter

Commento (0)