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Infezioni ospedaliere: prima causa di decessi nel mondo

di Elvira La Montagna

Nel 2050 le infezioni batteriche causeranno circa 10 milioni di morti all'anno, superando quelle per tumore. Sono molto sottovalutate ma le infezioni ospedaliere rappresentano la prima causa di decessi nel mondo. Prevenirle è tra le campagne principali messe in piedi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Purtroppo, però, gli sforzi servono a poco e i batteri, soprattutto quelli resistenti agli antibiotici, continuano ad evolversi e a moltiplicarsi.

Prevenzione delle infezioni nosocomiali: strategie da attuare

Le infezioni ospedaliere (Io) rappresentano la prima causa di decessi nel mondo. Per definizione sono un importante problema di sanità pubblica non solo per le gravi ripercussioni sull’utente e la comunità sociale, che vede impiegare risorse aggiuntive per la salvaguardia, cura e ripristino dello stato di salute, ma anche e soprattutto per quanto attiene il controllo di qualità delle prestazioni che erogano i professionisti sanitari.

Per convenzione si considerano nosocomiali quelle infezioni che si sviluppano almeno 48-72 ore dopo il ricovero.

La possibilità di prevenire le Io è correlata in buona parte a procedure assistenziali di ampia diffusione quali il lavaggio delle mani, il rispetto dell’asepsi nelle procedure invasive, la disinfezione e la sterilizzazione dei presidi sanitari.

La prevenzione in questo ambito implica comportamenti costantemente corretti ed omogenei in un vasto complesso di attività quotidiane, quali la sterilizzazione del materiale chirurgico, il trattamento delle ferite chirurgiche e il lavaggio delle mani che, proprio nella loro ripetitività trovano l’insidia di frequenti disattenzioni (quando non addirittura ignoranza delle regole) e conseguenti comportamenti scorretti.

Negli ultimi anni il tema della prevenzione delle infezioni ospedaliere ha riscosso una rinnovata attenzione, sia per la sempre più attenta valutazione di quanto il fenomeno incida nel buon andamento del percorso assistenziale e nella qualità della risposta sanitaria, sia per la presa d’atto e constatazione dei costi che l’intero sistema deve sostenere qualora si presenti l’infezione.

Studi epidemiologici controllati mettono sostanzialmente in evidenza che direttamente correlata all’insorgenza delle infezioni, non è più la presenza del microrganismo nell’ambiente, ma la modalità con cui il microrganismo viene a contatto con un ospite suscettibile, e che quindi risultano vincenti tutti i provvedimenti che vengono intrapresi per evitare la trasmissione di questi microrganismi. Inoltre viene evidenziata una correlazione sempre più stretta tra acquisizione di nuove tecnologie e insorgenza di infezioni ospedaliere: fino a pochi anni fa non sarebbe stato possibile alimentare in forma sostitutiva soggetti affetti da gravi patologie neoplastiche dell’apparato digerente; oggi purtroppo dobbiamo fare i conti con un rischio molto elevato di infezioni sistemiche correlato ai sistemi intravascolari.

Negli ultimi 20 anni il fenomeno delle infezioni nosocomiali è aumentato ulteriormente a causa dell’aumento della suscettibilità dei pazienti che richiedono un intervento sanitario, dell’aumento delle esposizioni al rischio a seguito delle manovre invasive e delle condotte non corrette degli operatori responsabili del trattamento dei pazienti in ospedale. Per questo motivo, numerose istituzioni internazionali si sono attivate al fine di porre in atto concrete misure di prevenzione. Per esempio negli Stati Uniti esiste un sistema di rilevazione e di prevenzione delle infezioni ospedaliere, il National nosocomial infections surveillance (Nnis) .


Gli studi effettuati in Italia hanno dimostrato che la frequenza delle Io è sovrapponibile, e probabilmente superiore, a quella rilevata dal sistema di sorveglianza statunitense negli ultimi 30 anni e che le caratteristiche epidemiologiche sono simili a quelle descritte dal Nnis System statunitense.

Il riconoscimento dell'entità e dell'importanza del fenomeno delle Infezioni Ospedaliere comporta l'applicazione, da parte delle strutture ospedaliere, di misure di sorveglianza e di controllo il cui obiettivo finale è la riduzione del rischio di acquisirle. I principali ostacoli nell'organizzazione e la gestione delle attività di controllo delle Infezioni Ospedaliere sono dovuti a molteplici aspetti di tipo strutturale (tipologia dell'Ospedale), evolutivo (tipologia dei pazienti, comparsa di nuovi agenti biologici, accentuazione o comparsa di nuovi fenomeni di antibiotico-resistenza), economico (limitatezza delle risorse disponibili) e culturale (scarso coinvolgimento ed interessamento da parte degli organi politici, amministrativi e sanitari sull'importanza del problema Infezioni Ospedaliere).

Allo scopo di assicurare un'operatività continua in materia di Infezioni Ospedaliere, in Italia sono state pubblicate due circolari del Ministero della Sanità: la n. 52/1985 e la n. 8/1988.

La circolare n° 52/85 "Lotta contro le infezioni ospedaliere" afferma che in ogni presidio ospedaliero sia istituita una commissione tecnica responsabile della lotta contro le infezioni i cui compiti sono: definire la strategia di lotta contro le infezioni ospedaliere; verificare l'effettiva applicazione dei programmi di sorveglianza, controllo e la loro efficacia; curare la formazione culturale e tecnica del personale su tale argomento.

La circolare n° 8/88 "Lotta contro le infezioni ospedaliere: la sorveglianza" riporta la definizione di infezione ospedaliera e comunitaria, i criteri di selezione dei pazienti da arruolare negli studi epidemiologici ed alcune definizioni specifiche per la diagnosi delle infezioni di più comune riscontro. Delinea inoltre alcuni sistemi di sorveglianza, da adottare in base agli obiettivi prefissati dal Comitato ed alle risorse disponibili.

Nasce così il Comitato infezioni ospedaliere (CIO), un comitato multidisciplinare in cui più professionisti (direttore medico, medici, infermiere, microbiologo, infettivologo, farmacista ecc.) con le proprie specifiche competenze e responsabilità concorrono per un obiettivo comune: "promuovere la qualità dell’assistenza prevenendo le IO".

Dal Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018 si evince che le malattie infettive continuano a rappresentare un problema nel nostro Paese. Sono stati stipulati quindi dei Piani, Programmi e indicazioni già condivisi a livello nazionale riguardo Morbillo, rosolia, HIV, TBC, malattie trasmesse da vettori, batteri produttori di carbapenemasi, ecc. sui quali verranno concentrate le attività preventive.

Strategie di prevenzione infezioni nosocomiali
  • Sorveglianza epidemiologica finalizzata non solo a quantificare il carico delle malattie infettive, ma anche al riconoscimento dei determinanti e dei rischi e alla valutazione dell’impatto degli interventi di prevenzione
  • Interventi di prevenzione individuati in base alla loro efficacia di campo e offerti in modo tempestivo e omogeneo alla popolazione
  • Organizzazione per le emergenze infettive sviluppando sia azioni di prevenzione (mirate alla riduzione dei rischi) sia interventi di preparazione alle emergenze
  • Comunicazione per la popolazione e formazione degli operatori sanitari, volta in primo luogo a costruire e mantenere la fiducia della popolazione nelle istituzioni sanitarie
  • Coordinamento e l’integrazione funzionale tra i diversi livelli istituzionali e le varie competenze territoriali nella attuazione degli interventi di prevenzione, nella raccolta e nel periodico ritorno delle informazioni, nel sistematico monitoraggio della qualità e dell’impatto delle azioni poste in essere

Nel 2050 le infezioni batteriche causeranno circa 10 milioni di morti all'anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2 milioni), diabete (1,5 milioni) o incidenti stradali (1,2 milioni, con costi stimati oltre ai 100 trilioni di dollari. È la previsione stilata in una review sul The Economist dedicata all'antibiotico resistenza da Jim O'Neill, attuale ministro inglese del Commercio, incaricato dal governo britannico di analizzare il problema e proporre soluzioni attuabili su scala globale. La comunità scientifica internazionale ha individuato due linee principali di intervento:

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