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Profilassi antibiotica nel pre-operatorio: come e perché?

di Ivan Loddo

Sala Operatoria

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Tra le armi più efficaci a disposizione nella lotta alle infezioni del sito chirurgico, rientra, senza ombra di dubbio, la profilassi antibiotica.

Nel perioperatorio la somministrazione della profilassi antibiotica deve avvenire 30 minuti prima dell'intervento

La prevenzione delle infezioni passa dalla giusta strategia preventiva

Secondo il Sistema di Sorveglianza Nazionale Statunitense delle Infezioni Nosocomiali (NNIS), che nasce con lo scopo di controllare le infezioni ospedaliere nei reparti chirurgici e di terapia intensiva americani, le infezioni del sito chirurgico rappresentano circa il 16% della totalità delle infezioni ospedaliere e sono correlate al 77% dei decessi nei pazienti che hanno riscontrato infezioni del sito chirurgico.

Va segnalato come queste ultime determinino un allungamento della degenza ospedaliera in media di 10 giorni, che si traduce in importanti spese a carico della società e del sistema sanitario nazionale.

Da questi dati emerge la necessità di un controllo meticoloso e programmato della frequenza e del numero di infezioni del sito chirurgico, che miri dritto alla prevenzione e all'eliminazione dei fattori scatenanti, in modo da migliorare la qualità di vita dei pazienti all'interno delle strutture sanitarie e di ridurre i costi correlati all'insorgenza delle complicanze infettive.

Tra le armi più efficaci a disposizione nella lotta alle infezioni del sito chirurgico, rientra, senza ombra di dubbio, la profilassi antibiotica.

La terapia antibiotica gode di una più che comprovata efficacia nelle pratiche medico-chirurgiche tale da permettere l'evoluzione di determinate specialità chirurgiche come la cardiochirurgia e la chirurgia protesica ortopedica, che altrimenti non avrebbero mai raggiunto i risultati positivi che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

La terapia antibiotica, per esprimere al meglio il proprio potenziale, necessita di un corretto ed attento utilizzo, sia per quanto riguarda la tipologia di farmaco da somministrare sia per quanto concerne la posologia, in relazione al paziente e all'intervento chirurgico che dovrà sostenere.

È ampiamente dimostrato come un indiscriminato utilizzo della terapia antibiotica, sia nel periodo pre-operatorio che in quello post-operatorio, sia assolutamente inutile e in alcuni casi dannoso per il paziente, a causa del rischio legato alla tossicità ed all'insorgenza di resistenze batteriche.

Una corretta profilassi antibiotica può prevenire le infezioni del sito chirurgico, ma è opportuno che ogni struttura sanitaria, con la collaborazione delle figure sanitarie competenti - medici, infermieri, farmacisti e biologi - elabori delle misure efficaci, come protocolli e linee guida, allo scopo di ottimizzarne l'uso, ridurne gli effetti collaterali e minimizzare la spesa economico-sociale.

Terapia antibiotica e infezioni del sito chirurgico

I farmaci antibiotici possono essere definiti come sostanze, naturali o sintetizzate attraverso processi chimico-fisici, capaci di impedire lo sviluppo dei microrganismi patogeni, inibendo la loro moltiplicazione o distruggendoli.

In ambito ospedaliero è dimostrato come una grossa percentuale di antibiotici sia utilizzata scorrettamente ad uso profilattico, circa il 30% delle terapie antibiotiche preventive sono improprie.

Un uso smodato e prolungato di questa tipologia di farmaco espone i pazienti in trattamento sia agli effetti indesiderati più comuni dei farmaci, sia alle complicanze dovute all'insorgenza delle sovrainfezioni micotiche e delle antibiotico-resistenze.

Il Centro di Prevenzione e Controllo delle Malattie di Atlanta (Georgia, USA) indica la profilassi antibiotica in ambito chirurgico come il “ricorso alla somministrazione di un agente antibiotico per un periodo molto breve, calcolato temporalmente appena prima dell'inizio dell'intervento”.

L'applicazione della profilassi antibiotica in sala operatoria ha come obiettivo primario quello di ridurre la carica batterica del campo operatorio e di prevenire le successive infezioni, senza alterare l'omeostasi del paziente e riducendo quanto più possibile gli effetti collaterali, facendo riferimento alle evidenze scientifiche della materia di studio.

Nonostante ciò non è opportuno considerare la profilassi antibiotica come l'unico strumento per la prevenzione delle infezioni del sito chirurgico e non è assolutamente corretto che venga utilizzata per la prevenzione delle eventuali contaminazioni nel post-operatorio, né per le finalità terapeutiche connesse.

Una corretta profilassi antibiotica deve essere applicata prendendo in considerazione l'antibiotico più efficace in base alla tipologia di intervento e alle condizioni cliniche del paziente, seguendo i giusti tempi e le giuste vie di somministrazione.

Per quanto concerne la scelta dell'antibiotico è importante che si venga a conoscenza, in base al tipo di intervento, dei possibili microrganismi infettanti presenti nella sede dell'intervento, tenendo possibilmente d'occhio il costo del farmaco e gli effetti collaterali in relazione alle patologie e alle condizioni generali del paziente. In linea generale è la Cefazolina il farmaco più utilizzato nella profilassi chirurgica.

Per la profilassi chirurgica, secondo le linee guida, la maggior parte degli antibiotici dev'essere somministrato per via endovenosa nei 30 minuti che precedono l'inizio dell'intervento con concentrazioni specifiche a seconda del paziente operando.

Fanno eccezione determinati interventi, come ad esempio il taglio cesareo, in quanto la somministrazione dell'antibiotico in tale caso è raccomandata successivamente al clampaggio del cordone ombelicale.

Le linee guida internazionali indicano che sia sufficiente una sola somministrazione per intervento chirurgico e che ulteriori somministrazioni devono essere valutate in caso di forti emorragie o durata dell'intervento superiore a 3-4 ore.

L'utilizzo degli antibiotici per via locale, attraverso lavaggi, è ingiustificato dai dati in letteratura, eccezion fatta per la chirurgia oculistica.

Le infezioni del sito chirurgico possono essere aggravate da diversi fattori, che infermieri e medici hanno il compito di valutare attentamente prima di procedere con l'applicazione della profilassi antibiotica. Tra questi rientrano:

Lotta alla antibiotico-resistenza

Ogni anno negli Stati Uniti 2 milioni di persone (dato del 2005) contraggono infezioni ospedaliere. Una gigantesca fetta (70%) dei responsabili di queste infezioni sono resistenti ad almeno uno degli antibiotici utilizzati per distruggerli.

La spesa annuale per la lotta all'antibiotico-resistenza di un singolo microrganismo patogeno ammonta a circa 122 milioni di euro.

I dati che emergono dagli studi americani sono sconvolgenti e riflettono tutta la negligenza dei professionisti che operano in materia. L'Italia non fa certo scuola in merito.

La diffusa mancanza di preparazione tra i sanitari, infermieri compresi, in termini di terapia antibiotica non è certamente una novità; basti pensare che per più di 30 anni, tra tutte le prescrizioni di farmaci antibiotici nelle realtà ospedaliere, il 50% è risultato inutile o quantomeno inappropriato.

Lo straordinario progresso medico, negli anni, non ha in ogni modo permesso di ottenere i risultati sperati portando la mancanza di appropriatezza delle cure antibiotiche a divenire una realtà ben radicata in tutto il mondo.

I principali errori sono dovuti alla scelta errata dei farmaci da somministrare, dei tempi e delle vie di somministrazione, nonostante la letteratura nel campo sia ampiamente diffusa e aggiornata.

Anche il Royal College of Nursing (RCN), l'istituzione che si occupa di rappresentare gli infermieri del Regno Unito dal 1916, da anni porta avanti, insieme al sistema sanitario inglese, la lotta all'antibiotico-resistenza.

Per farlo ha posto al centro del progetto gli infermieri stessi, utilizzando le loro capacità di leadership, di supporto alle attività di prevenzione e controllo delle infezioni (Infection Prevention and Control – IPC), gestione degli antibiotici e promuovendo importanti campagne di salute pubblica.

L'RCN afferma che l’attività di prevenzione e controllo delle infezioni deve essere di primaria importanza in tutti i percorsi di cura e necessita di essere progettata e mantenuta come una priorità fondamentale per lo sviluppo ed il miglioramento dell’IPC stessa.

È essenziale che gli infermieri siano riconosciuti quali componenti fondamentali in grado di portare un valore aggiunto all’interno dei team multidisciplinari nella lotta all’antibiotico-resistenza

Infermieri e profilassi antibiotica

La prescrizione della terapia antibiotica preventiva, rimane, come per tutte le altre tipologie di farmaci, di competenza strettamente medica.

Il ruolo dell'infermiere in tale ambito è quello di garantire la corretta applicazione di quanto prescritto, considerando però che egli stesso è chiamato a conoscere il meccanismo di azione, le controindicazioni, le interazioni e gli effetti collaterali del farmaco prescritto, oltre ad essere il professionista deputato alla preparazione e alla somministrazione della profilassi antibiotica.

È fondamentale che l'infermiere che si appresta a gestire la profilassi sia a conoscenza delle tipologie di antibiotici e della differenza tra antibiotici tempo-dipendenti e concentrazione-dipendenti, della tecnica di diluizione e preparazione asettica del farmaco e della relativa somministrazione.

La corretta gestione della profilassi antibiotica da parte dell'infermiere garantisce al paziente la massima esposizione terapeutica dell'antibiotico e la prevenzione di effetti collaterali dovuti al sovradosaggio.

L'infermiere ha il dovere di svolgere un ruolo attivo in tutte le fasi dell'antibiotico-terapia e della profilassi antibiotica pre-operatoria, creando ed ottimizzando i protocolli di gestione e collaborando con le altre figure professionali per limitare quanto più possibile le infezioni ospedaliere, puntando al miglioramento della qualità dei percorsi assistenziali e della vita dei pazienti all'interno delle strutture sanitarie.

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