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Procedura

Prelievo venoso, ansia e dolore correlato

di Teresa Bizzoca

Procedure

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Il prelievo venoso, una tra le più antiche pratiche mediche, utilizzata fin dall'antichità rappresenta tutt’oggi una procedura inevitabile per ottenere campioni biologici per l’esecuzione dei test di laboratorio. Tra le procedure invasive della pratica medica, il prelievo venoso è sovente considerato semplice e scevro da complicazioni e complicanze. Tuttavia, la maggior parte degli errori di laboratorio sono determinati da imperizia, negligenza o scarsa osservanza delle corrette procedure.

L’influsso dell’ansia nella procedura del prelievo ematico periferico

Un prelievo errato o mal eseguito determina frequentemente la produzione di un campione non idoneo ad essere testato, con conseguenti ricadute cliniche (errori, ritardo diagnostico o terapeutico), organizzative (sovraffollamento delle strutture d’emergenza, cancellazione o dilazione di procedure invasive, contenzioso tra operatori sanitari e professionisti di laboratorio), ed economiche (utilizzo di materiale aggiuntivo richiesto per un secondo prelievo, necessità di trasporto dello stesso).

Molte volte ci si interroga, soprattutto nei laboratori privati, se effettuarlo con il batterfly o con la siringa monouso. Nelle raccomandazioni dell’Istituto superiore della sanità vi è una esortazione che nutre dei dubbi sul fatto che quella particolare procedura o intervento debba sempre essere raccomandata, ma si ritiene che la sua esecuzione debba essere attentamente considerata.

Le considerazioni sui dispositivi utilizzati per il prelievo di sangue venoso vertono su:

  • norme relative alla sicurezza (di paziente ed operatore),
  • valutazioni di natura tecnica ed economica.

Fatte salve alcune eccezioni, è oggi raccomandabile utilizzare dispositivi che prevedano l’integrazione di aghi monouso, sistemi di supporto (holder, adattatori o “camicie”) e provette primarie sottovuoto (“vacuum”) (Raccomandazione di Grado A).

Le siringhe rappresentano una possibile alternativa qualora:

  • in situazioni d’emergenza non sia possibile reperire dispositivi di cui sopra (Raccomandazione di Grado B),
  • particolari situazioni anatomiche e/o fisiche rendano impossibile o sconsigliabile utilizzare i dispositivi di cui sopra (vene facilmente collassabili quando sottoposte alla pressione negativa del vuoto presente nel tubo primario) (Raccomandazione di Grado B) e sia quindi necessario graduare l’aspirazione.

In nessun caso, tuttavia, il volume di sangue estratto con ogni singola siringa deve superare i 20 ml. La raccomandazione si basa sul fatto che il trasferimento del sangue dalla siringa alla provetta introduce un’ulteriore variabile preanalitica, che in alcuni esami (per esempio i test emocoagulativi), può risultare determinante per l’accuratezza degli esami.

Malgrado la comune procedura per il prelievo ematico si basi sull’utilizzo di holder e aghi tradizionali, in Italia è molto diffuso l’impiego, soprattutto nei centri prelievi al di fuori del controllo diretto del laboratorio, dei dispositivi butterfly, i cosiddetti aghi a farfalla. I dati della letteratura sono concordi nel dimostrare che quando tali dispositivi sono utilizzati appropriatamente (per esempio avendo cura di eliminare quando necessario il volume vuoto pari a 1.2-1.5 ml contenuto nel tubo che connette l’ago con l’adattatore), non vi sono influenze significative sui risultati di laboratorio 12, 13. Le maggiori perplessità all’utilizzo routinario di questi dispositivi scaturiscono pertanto da considerazioni di natura economica, giacché il loro costo è superiore a quello degli aghi tradizionali. In linea generale, si consiglia quindi di preferire l’utilizzo di aghi tradizionali (Raccomandazione di Grado A), riservando i butterfly a situazioni specifiche, quali vene difficilmente accessibili con il dispositivo tradizionale per sede o calibro (Raccomandazione di Grado B) o espressa richiesta da parte del paziente (Raccomandazione di Grado B).

La procedura invasiva del prelievo ematico risulta causare, in molti soggetti, uno stato d’ansia e dolore acuto prevedibile (Humphrey et al., 1992). Le statistiche dimostrano che più del 50% dei giovani/adulti che si sottopongono a questa procedura provano un moderato livello di distress o dolore (Fradet et al. 1990; Humphrey et al. 1992). Attualmente la letteratura evidenzia che il dolore da venipuntura è poco trattato, pur essendo la procedura a cui più frequentemente viene praticata.

Da queste considerazioni emerge la necessità urgente di implementare il trattamento del dolore da venipuntura, mettendo in atto tutte le misure necessarie per renderla un’esperienza meno traumatica possibile per bambino, adulti ed operatori, facilitando la procedura stessa (Allegri, 2014).

L’ansia da venipuntura correlata sembra essere associata a particolari strategie di coping messe in atto dal soggetto, dal comportamento dei parenti (accompagnatori), dagli operatori sanitari, dalle tecniche distrattive utilizzate e allo stato emotivo del soggetto (uman, Chambers, McGrath & Kisely, 2008) e dai dispositivi utilizzati.

L’esecuzione del prelievo venoso, produce quindi, in molti soggetti, un aumento dello stato d’ansia, che vanno a modificare la percezione del sintomo doloroso.

L’esecuzione del prelievo venoso con siringa produce, in mancanza di informazione, un aumento dello stato d’ansia, che va a modificare la percezione del sintomo dolore nel soggetto, pur in presenza di un luogo accogliente, personale qualificato e tecniche distrattive. Nell’ottica della qualità dell’assistenza infermieristica, l’informazione preventiva, inerente la procedura di venipuntura, associata alla tecnica distrattiva e/o analgesica, può ridurre l’ansia e il dolore nei soggetti sottoposti a tale procedura.

Risulta quindi fondamentale, in questo contesto, la professionalità dell’infermiere nel capire i bisogni dell’assistito e, come cita l’articolo 20 del Codice Deontologico: L’infermiere ascolta, informa, coinvolge l’assistito e valuta con lui i bisogni assistenziali, anche al fine di esplicitare il livello di assistenza garantito e facilitarlo nell’esprimere le proprie scelte. La letteratura ci insegna che tutti proviamo dolore in diverse misure, correlato a una memoria del dolore che potrebbe inficiare negativamente, causandone l’allontanamento dalle cure (American Society for Pain Management Nursing, 2010).

Sono state a lungo analizzate in letteratura le modalità distrattive, il setting e gli anestetici locali utilizzati nella gestione del dolore e dell’ansia causate dal prelievo. Poca rilevanza è stata data alla fase preventiva dell’informazione che risulta essere, per l’infermiere, la base di partenza per l’esercizio professionale, che non si riduce alla mera esecuzione di una procedura bensì al coinvolgimento dell’utente al proprio benessere.

L’infermiere assume un ruolo privilegiato, in quanto figura che si dedica all’accudimento quotidiano dei pazienti. L’infermiere infatti funge da intermediario tra il paziente e la figura del medico. Talvolta il paziente prova timore per la figura medica e quindi gli risulta più semplice esternare le proprie paure e stati d’animo, o più semplicemente i propri dubbi, con l’infermiere. Il processo informativo, ovvero la preparazione a un evento stressante, può essere per l’infermiere un valido contributo al miglioramento dell’outcome del piccolo assistito. Rendere il paziente attivamente partecipe nella gestione della propria salute può essere considerato un investimento per il futuro e un grande risultato per la professione infermieristica.

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