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Fuori dalla slavina, tra emozione e sangue freddo

di Sara Di Santo

Emergenza Extraospedaliera

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Vedere uscir fuori persone sopravvissute per ore sotto tonnellate di neve dev’essere un po’ come vederle rinascere. E allora come si deve comportare l’infermiere che si trova in una situazione del genere? Per esempio quale protocollo ha seguito l’équipe di soccorritori che ha soccorso i sopravvissuti della slavina sotto il Gran Sasso all'Hotel Rigopiano?

Soccorrere una persona travolta da valanga

Il soccorso a paziente travolto da valanga passa attraverso un’attenta valutazione dello scenario, una corretta modalità di estrazione del corpo ed un’idonea gestione e stabilizzazione di quello che è un paziente asfittico, traumatizzato, ipotermico.

I due parametri fondamentali da tenere in considerazione prima dell’applicazione delle tecniche di disseppellimento sono il tempo ipotetico di seppellimento del travolto e l’esistenza o la non esistenza di una cavità aerea intorno al capo, in particolare davanti a naso e bocca.

L’interpretazione di questi due fattori ha valore di diagnosi (delle condizioni del travolto) e di prognosi (delle sue possibilità di sopravvivenza).

Le tecniche di disseppellimento vengono intraprese con il primario obiettivo di raggiungere ed ossigenare l’infortunato, per poterlo poi valutare e medicalizzare già all’interno della buca e, in un secondo momento, estricarlo.

I soccorritori, dunque, con tecniche che prevedono l’impiego di vista-udito, unità cinofile e sonde, scaveranno in direzione obliqua a creare una nicchia, un tunnel in direzione della testa dell’assistito al fine di creare un’area sufficientemente ampia a prestare i primi soccorsi.

A questo punto l’attenzione passa alla movimentazione molto lenta del paziente per evitare danni post-traumatici (particolare attenzione alla colonna vertebrale) e il fenomeno dell’after-drop, ovvero un ulteriore brusco abbassamento della temperatura a livello cardiaco causato dal ritorno al torace di sangue più freddo - rimasto immobilizzato negli arti – che può causare arresto cardiaco.

Fondamentale per prevenire l’after-drop è spostare in blocco il paziente in ipotermia, evitando in particolare di piegare le grandi articolazioni degli arti.

Quello che si trovano davanti i soccorritori è un paziente che può presentare diversi gradi di ipotermia, dal più lieve al più grave, fino allo stato di morte, da considerarsi sempre “apparente”.

In ogni caso quella dell’ipotermia, di qualsiasi grado essa sia, è sempre una condizione di particolare instabilità clinica che richiede l’applicazione di manovre di RCP fino all’arrivo in ospedale, tenendo conto che è possibile sopravvivere ad arresto cardiaco ipotermico in associazione a vie aeree pervie e che a basse temperature centrali il cervello tollera l’arresto cardiocircolatorio superiore ai 5 minuti, senza presentare danni permanenti.

Una volta raggiunto il corpo, i soccorritori lo isolano da ulteriore raffreddamento, se possibile (in possesso di materiale adatto per un efficace isolamento) rimuovono gli indumenti bagnati e avvolgono il corpo in uno scudo idrorepellente anti-vento.

Quando il seppellimento stimato è inferiore ai 45 minuti il pericolo maggiore è l’asfissia acuta, la quale indirizzerà le tecniche di intervento urgenti (ABC, posizione laterale di sicurezza).

Se l’assistito presenta un buon livello di coscienza, viene invitato a compiere semplici movimenti attivi per favorirne il riscaldamento e ad assumere bevande calde, non alcoliche.

Nel caso in cui il seppellimento stimato sia superiore ai 45 minuti, lo stato di ipotermia (assideramento) sarà trattato con delicate manovre di protezione termica (scudo idrorepellente anti-vento), mentre a fronte di una condizione di ipotermia avanzata (assenza di segni vitali) le manovre rianimatorie intraprese sul posto verranno continuate ininterrottamente fino all’intervento del soccorso organizzato o all’arrivo in ospedale.

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