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Patologia

Terrorismo, quando il soccorso diventa sostegno

di Alessandra Sidoti

Emergenza Extraospedaliera

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Il distacco dalla realtà, lo shock che congela il corpo, le terribili immagini che restano nella mente, i flashback che ritornano, gli incubi che tormentano il sonno ritrovato con fatica. A dover rimarginare non sono le ferite sul corpo ma quella più profonda, incisa nell’anima. Una cicatrizzazione che richiede forza, coraggio, fatica, sostegno sanitario e familiare, per dare voce a quel dolore: questo vuol dire essere sopravvissuto a un attacco terroristico, riuscire a riconoscere e affrontare il disturbo post-traumatico da stress (Ptsd).

Disturbo post traumatico da stress nei sopravvissuti agli attacchi terroristici

pentagono terrorismo

L'attacco terroristico al Pentagono 11 settembre 2001

In Italia il Ptsd spesso non è riconosciuto, sia dai medici di medicina generale che dagli stessi pazienti. Talvolta non è diagnosticato neanche dagli psichiatri e ciò spiega perché spesso venga trattato con interventi non specifici, che ne favoriscono la cronicizzazione, come è stato evidenziato dall’Aiviter, Associazione italiana vittime del terrorismo.

Parole che fanno riflettere molto sull’importanza di conoscere e far conoscere gli effetti postumi dell’evento traumatico, come quello dell’attentato a Barcellona. Gli infermieri sono i primi operatori sanitari chiamati a soccorrere, accogliere e accompagnare i superstiti verso un percorso di sostegno psicologico: prevenire il passaggio del disturbo allo stato cronico è anche salvare una vita.

Sei criteri diagnostici del disturbo post-traumatico da stress

Il Ptsd si sviluppa in seguito a un evento traumatico, sia vissuto che assistito, in grado di minacciare la vita o l’integrità fisica propria o di altri. Può essere di tipo “acuto” (con durata dei sintomi inferiori a tre mesi), “cronico” (se la durata dei sintomi è di tre mesi o più) oppure a “esordio ritardato” (se l'esordio dei sintomi avviene almeno sei mesi dopo l'evento stressante).

La risposta all’episodio traumatico varia da un soggetto all’altro e non dipende esclusivamente dalla gravità oggettiva dell’accaduto, ma anche dalla percezione e dal vissuto personale dello stesso.

L’intervento dell’infermiere non si limita solamente alla cura del corpo, ma anche all’ascolto attento del bisogno nascosto in quella frase ripetuta con gli occhi spalancati: sono scioccato, alternata a lunghi momenti di silenzio. Indirizzare il paziente verso un percorso terapeutico adeguato, aiutarlo a non restare intrappolato in quel ricordo che riemerge inaspettato significa incoraggiarlo a vivere come prima, ancora.

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Commenti (1)

paola.rumano

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1 commenti

Brava!

#1

Complimenti all'autrice per questo interessantissimo articolo. Chiaro semplice ed esaustivo. Brava!